Trilogia della città di K. di Agota Kristof

di dispersioni

Giunto a pagina 84 della Trilogia della città di K. di Agota Kristof  ho preso la decisione di non continuarne la lettura. Non riuscivo a reggere emotivamente la scrittura di questo libro che è stato concepito con l’intenzione di ferire fisicamente chi lo legge. Ho ripreso la lettura solo perché dovevo capire il perché di tanta crudeltà e di tanto dolore in una storia che racconta la sopravvivenza di due bambini durante la guerra in una imprecisata città ungherese.

Nel primo dei tre racconti ‘Il grande quaderno’ i due bambini, gemelli, non vengono mai nominati. L’autrice non ci dice i loro nomi. Parlano e si comportano come una sola persona, tanto che il lettore arriva a dubitare che si tratti di due gemelli. Solo nel secondo racconto, ‘La prova’, conosciamo i loro nomi: Claus e Lucas, due nomi risultato di un anagramma che nasconde due storie che si riflettono in specchi deformanti di storie possibili, altre o improbabili, dove il dolore è sempre protagonista. L’ultima parte del libro ‘La terza menzogna’ svela un meccanismo perverso di realtà e di invenzione dove i racconti precedenti vengono svelati e contraddetti, lasciando scoprire che la vita è pretesto per la scrittura.

I due gemelli sin da piccoli compongono storie per un misterioso quaderno, la scrittura è l’ossessione dei personaggi della Trilogia, perché il ricordo, la sopravvivenza, l’esistenza stessa può essere testimoniata solo con la scrittura. Al personaggio Victor, il libraio che desidera scrivere un libro, Agota Kristof fa dire:

“Sono convinto Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia”. (pag. 210)

Claus ritorna nella città di K. e all’ufficiale del posto di polizia dove è agli arresti dice:

“Le rispondo che cerco di scrivere delle storie vere, ma, a un certo punto, la storia diventa insopportabile proprio per la sua verità e allora sono costretto a cambiarla. Le dico che cerco di raccontare la mia storia, ma che non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto che accadessero”. (pag. 273)

E’ sempre a Claus che Agota Kristof fa ribadire le proprie idee sulla scrittura:

“Claus scioglie il cordino con cui è legato il suo vecchi cappotto. Posa cinque quaderni sul tavolo. Peter li apre uno dopo l’altro:
– Sono veramente curioso di sapere che cosa contengono questi quaderni. E’ una specie di diario?

Claus dice:
– No, sono delle menzogne.
– Delle menzogne?
– Sì, delle cose inventate. Delle storie che non sono vere, ma che potrebbero esserlo”. (p.323)

Ultimata la lettura della Trilogia ho cercato di capire chi è l’autrice e il perché del suo libro. Dalle interviste recuperate nel web ho così costruito un possibile percorso di indagine utile per poter entrare nel suo laboratorio di scrittura.

Ispirazione autobiografica

“Il grande quaderno, il primo dei tre romanzi che danno vita a ‘Trilogia della citta’ di K.’, e’ nato inizialmente come opera di ispirazione autobiografica. Mi sono messa a raccontare di me e di mio fratello bambini, di cose realmente accaduteci o accadute a persone di nostra conoscenza. In questo senso Il grande quaderno e’ stato, in un primo momento, un insieme di brevi novelle. Poi, rileggendole, mi sono resa conto che potevano saldarsi in un romanzo a patto di operare molti cambiamenti”.

“Per me Il grande quaderno è anche un libro comico, visto che racconta una situazione divertente, dove due bambini agiscono e parlano come degli adulti, fanno delle cose orribili in maniera del tutto naturale, con sicurezza, senza problemi. Ecco, mi piacerebbe che i lettori leggessero i miei libri come libri comici. Mi rendo conto però che non è facile”.

 Infanzia

“Non è possibile parlare della verità e forse non è neanche interessante. In effetti, quando ho cominciato a scrivere Il grande quaderno volevo solo raccontare la mia infanzia con mio fratello Jano. Ma alla fine, tutto si è trasformato, perché si è imposta con forza, nonostante tutto, l’ invenzione. Mi accorgevo che la verità sfuggiva, anche se il punto di vista rimaneva quello del mio ricordo: il ricordo della mia percezione infantile”.

 “Per me, all’ inizio, [Lucas e Claus] erano due personaggi ben distinti e reali. Poi, ho sommato i due così da creare un doppio ma…”

Scrittura e lettura

“Poi ho faticosamente imparato il francese, utilizzandolo per alcuni testi teatrali. In seguito ho iniziato a scrivere alcune pagine sulla mia infanzia, ma subito la fantasia le ha trasformate. Così è nato Il grande quaderno, il primo romanzo della Trilogia della città di K.. Avanzavo lentamente perché cercavo una scrittura essenziale, apparentemente semplice, per la quale mi sono ispirata ai temi scolastici di mio figlio che allora aveva dieci anni. La scrittura dei bambini è semplice, distaccata, senza sentimenti. E’ una scrittura antipsicologica fatta solo di azioni e fatti concreti”.

“Sicuramente la mia forma di scrivere viene dal teatro. Dialogo puro. Giusto, senza riempitivi, senza grasso. Perché girarci intorno? Per fare letteratura? Non mi interessa la letteratura”.

“Non mi piacciono gli aggettivi, non amo le belle frasi poetiche: ho deciso di scrivere senza sentimenti”.

“Oggi non riesco più a rileggere i miei libri, mi fanno troppo male. Forse perché assomiglio troppo alla mia scrittura secca, negativa, senza speranza”.

“So bene che i miei libri disorientano i lettori, non sono libri consolatori”.

Cultura e sentimenti

Pensa che la cultura possa qualcosa contro la violenza e l’ oscurantismo? “Non credo. La Germania possedeva una cultura di altissimo livello eppure ha prodotto il nazismo. La letteratura non cambia nulla nella vita della gente. E’ per questo che io scrivo innanzitutto per me stessa”.

“E lei? Crede nei sentimenti?” Quando ascolta la domanda alza le sopracciglia, resta in silenzio e, con la stessa cordialità con la quale aprì la porta, risponde: “No”.

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Brani tratti dalle interviste rilasciate a:

–        La Repubblicadel 12 dicembre 1991
–        La Repubblica del 16 aprile 1998
–        Corriere della sera del 15 dicembre 1998
–        El Paìs del 24 febbraio 2007

 

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