Vita e destino di Vasili Grossman (seconda parte)

di dispersioni

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(Seconda parte di Vita e destino di Vasili Grossman, la prima parte di questo post puoi leggerla  > qui)

E’ proprio dalle parole di Ikonnikov che si manifesta in Vita e destino la profonda rottura avvenuta nella coscienza di Vasili Grossman. Una rottura che lo porterà ad interrogarsi sulla realtà sovietica e sulle sue simmetrie naziste.

Il suo umanesimo parte dall’osservazione della sua epoca storica, della guerra, delle attese di libertà del popolo russo che combatte con coraggio ed indicibili sofferenze il nazismo, del terrore di stato, dei campi di concentramento, dello sterminio degli ebrei, dell’abiezione e del dolore a cui sono stati costretti gli esseri umani, tuttavia capaci di mantenere saldo un fondo di inestirpabile umanità.

 Le componenti essenziali di questo sguardo nuovo gettato da Grossman sul destino umano saranno le sue parole, le storie e le riflessioni, disseminate in moltissimi capitoli di Vita e destino, sulla natura del bene, nel nome del quale viene giustificato il male, sul primato ineludibile della bontà e sulla forza della libertà e della verità.

Gli appunti di Yakonnikov sono una lunga e sorprendente trattazione sul bene, sul male e sulla bontà. L’uomo e Dio sono impotenti di fronte al male, spiega Yakonnikov, e la vita stessa che percepiamo come lotta eterna tra il bene e il male è in realtà una idea sbagliata.

Nel nome del bene, del bene universale gli uomini attraverso le religioni, le ideologie, gli stati, in nome di una idea astratta di umanità commettono ed hanno commesso le peggiori crudeltà, non sconfiggendo così il male, ma alimentandolo. “Il perseguimento del bene, nella misura in cui si dimentica degli individui che dovevano essere i suoi beneficiari, si confonde con la pratica del male” ha scritto Tzvetan Todorov, in una bella pagina dedicata alla teoria di Grossman sulla bontà.

 “Ogni volta che assistiamo al sorgere di un bene eterno che non sarà mai vinto dal male, quello stesso male che è eterno e che mai sarà vinto dal bene, ogni volta che assistiamo a questo sorgere muoiono bambini e vecchi, scorre il sangue. Non solo gli uomini, anche Dio è impotente a ridurre il male sulla Terra.” (II,13)

Yannikov indica nella bontà la vera, unica e possibile difesa dell’umanità dal male. E’ la bontà quotidiana degli uomini verso altri uomini, muta, piccola, senza ideologia, lontana dalla religione e dal sociale, senza testimoni, una bontà assurda, che costituisce quanto di più realmente umano c’è nell’uomo e nella sua anima, una forza che sta nel silenzio del cuore umano ma che è anche impotente ed è forte proprio perché impotente, se cerchiamo di trasformarla in una forza, di organizzarla, ebbene, questa bontà svanisce.

Il bisogno profondo dell’uomo di esprimere la propria bontà, dichiarato da Yakonnikov-Grossman, è lo stesso di Ippolit:

“Chi attenta alla carità individuale attenta alla natura dell’uomo e ne disprezza la dignità personale. (…) La buona azione individuale ci sarà sempre, perché è un bisogno della personalità, il bisogno vivo che ha una persona di esercitare un influsso diretto su un’altra persona.” (Dostoievski, L’idiota, 3, VI)

In un passo di Prima radice, Simone Weil sottolinea con ancora più forza questo aspetto essenziale della nostra umanità:

“C’è in noi un obbligo verso ogni essere umano per il solo fatto che è un essere umano… Quest’obbligo non si fonda su nessuna situazione di fatto… su alcuna convenzione… Quest’obbligo è eterno. Risponde al destino eterno dell’essere umano.” (cit. in V. Mancuso, Rifondazione della fede, p.263)

Lucido testimone del tempo terribile che vive, testimone del male dell’inferno sulla terra, Yakonnikov, il cercatore di Dio, conclude i suoi appunti affermando che il male non vincerà mai, perché non è l’uomo che è impotente contro il male, ma perché è il male che è impotente contro l’uomo e la sua umanità più profonda: la bontà.

“L’amore cieco e silenzioso è lo scopo dell’uomo.

La storia dell’uomo non è la battaglia del bene che cerca di vincere il male. La storia dell’uomo è la battaglia del grande male che cerca di schiacciare il seme dell’umanità. Però se neppure adesso l’umanità è stata annichilata nell’uomo, allora il male non vincerà mai.”(II,16)

Dopo la bontà, il secondo pilastro della humanitas, dell’umanesimo di Grossman, che compone l’individuo, è la libertà.

Due straordinarie pagine di Vita e destino, tra le più belle, danno una struggente e poetica celebrazione della natura, del paesaggio, del cielo, dei colori della malinconica steppa calmucca e dei suoi cavalieri solitari, lontani, uguali e misteriosi. Grossman ci rivela il segreto di tanta meraviglia: la libertà.

“La steppa ha una meravigliosa particolarità. Questa particolarità vive in essa, invariabilmente, all’alba, d’inverno, d’estate, durante una buia notte di pioggia o sotto un chiaro di luna. Sempre e soprattutto la steppa parla all’uomo della libertà… La steppa la si ricorda a quelli che l’hanno perduta.” (I,68)

In quella steppa il colonnello Darenski, in viaggio verso le basi militari del Caucaso, scambia qualche parola con un vecchio cavaliere calmucco, che subito dopo riprende la sua corsa nella steppa.

“Darenski seguì l’impetuoso galoppo del vecchio e nelle sue tempie non era il sangue che pulsava, ma un’unica parola: libertà, libertà, libertà.

S’impossesso di lui una invidia irrefrenabile del vecchio calmucco” (I,68)

Per Grossman l’uomo si distingue dalla materia inerte e dagli animali perché può scegliere il proprio destino nella libertà, e questo fa dell’uomo un essere unico, irripetibile, nella cui mente di riflette l’universo e il cui destino è l’eternità.

“La libertà consiste nel carattere irripetibile, unico dell’anima di ciascuna vita…Si può sperimentare l’allegria della libertà e della bontà solo quando troviamo negli altri quello che abbiamo trovato in noi stessi” (II,50)

“L’uomo condannato alla schiavitù si trasforma in schiavo per necessità, ma non per natura. L’aspirazione innata dell’uomo alla libertà è invincibile; può essere schiacciata ma non annichilata .. L’uomo non rinuncia alla libertà di propria volontà. In questa conclusione si trova la luce del nostro tempo, la luce del futuro” (I,50)

A questo punto diventa difficile selezionare i riferimenti alla libertà in Vita e destino. L’intero libro è un inno alla libertà, può essere letto come un libro dedicato alla sola libertà e alla celebrazione dell’umanità che ha come destino la libertà stessa, non solo la libertà politica, religiosa, di stampa, ma la libertà più piena di scegliere e di godere di una vita totalmente libera e felice.

Nel febbraio del 1961 agenti del KGB perquisiscono la casa di Grossman e sequestrano il manoscritto di Vita e destino. Grossman è disperato e un anno dopo scrive una lettera a Kruschov per chiedere libertà per il suo libro. Il testo della lettera è di una ingenuità disarmante, tenuto conto che Grossman era pienamente cosciente dei contenuti esplicitamente antisovietici del libro e, soprattutto, considerando che era anche perfettamente a conoscenza dei meccanismi del potere sovietico, analiticamente descritti nel libro stesso.

Vasili Grossman

Vasili Grossman

Nelle vicissitudini del libro di Grossman si ritrovano tutte le considerazioni fatte nel libro stesso su destino, libertà e verità. L’impressione che ne ho avuto è stata di leggere una lettera scritta dal principe Miskin, l’idiota di Dostoievski; ne riporto un brano e la parte finale:

“E’ da un anno che il mio libro è stato confiscato. E’ da un anno che non smetto di pensare al suo tragico destino, che cerco una spiegazione all’accaduto. Forse la spiegazione è che il mio libro è troppo soggettivo? (…)

La mia situazione attuale, la mia libertà fisica non ha senso, non è altro che insignificante, dato che il libro al quale ho consacrato la mia vita è prigioniero. (…) Continuo a pensare che ho scritto la verità, che l’ho scritta spinto dall’amore e dalla compassione per gli uomini, dalla mia fede in loro. Le chiedo libertà per il mio libro. Con profondo rispetto. Vasili Grossman”

(dalla lettera a Nikita Sergueyevich Kruschov, in Sobre Vida y destino, Galaxia Gutenberg)

“Continuo a pensare che ho scritto la verità… chiedo libertà per il mio libro” scrive Grossman nella lettera indirizzata addirittura a Kruschov, il primo segretario del Comitato centrale del partito comunista dell’Unione Sovietica. Ovviamente Kruschov non risponderà mai.

Oltre al principe Miskin, intravedo, alle spalle di Grossman, il profilo antico e nobile del Cavaliere dalla Triste Figura.

La verità è il terzo pilastro dell’umanesimo di Grossman e chi ha letto Vita e destino sa bene che Grossman ha scritto la verità, solo la verità. La verità storica, sociale, politica, umana e forse anche religiosa del XX secolo. L’ha cercata la verità, sui campi di battaglia, tra i soldati al fronte, tra le devastazioni naziste, a Treblinka. Ma anche osservando i due totalitarismi che si sfidavano specchiandosi l’uno nell’altro.

Gli uomini che descrive nel libro, le storie che racconta, le diverse e più svariate ambientazioni di Vita e destino, sono sicuramente il risultato dello sguardo attento ed indagatore di un giornalista, prima ancora che di un grande scrittore che, di formazione, era chimico. In una foto molto interessante, che riproduco in questo post, Grossman si fa ritrarre mentre è intento ad intervistare un gruppo di civili tedeschi durante la guerra. Raccoglie notizie e informazioni per i suoi articoli e i suoi libri, ricostruisce la verità.

In diverse parti di  Vita e destino Grossman dimostra una maestria sorprendente nel raccontarci le diverse realtà in cui viene ambientato il romanzo. Le pagine in cui descrive il funzionamento di un campo di concentramento nazista, la vita dei prigionieri nel Gulag, la disperazione nel ghetto ucraino sovraffollato, il viaggio degli ebrei verso lo sterminio e lo sterminio stesso nelle camere a gas, fino alle tecniche degli interrogatori della polizia politica, hanno una grande forza evocativa e dimostrano che Grossman aveva una conoscenza estremamente dettagliata di queste realtà, così diverse l’una dall’altra, che ha potuto ricomporre, ricostruire nel libro, solo ascoltando testimonianze, tantissime testimonianze.

Non solo, Grossman ha anche visto, ha assistito direttamente agli avvenimenti storici, grazie al suo ruolo privilegiato che rivestiva di importante scrittore-giornalista sovietico e corrispondente di guerra.

Sono egualmente sorprendenti le pagine dove Grossman ci spiega con estrema chiarezza il perché storico e sociologico di fenomeni come l’antisemitismo, la repressione dei contadini ucraini e le purghe staliniste; il perché politico del passaggio verso il nazionalismo statale sovietico.

Oppure quando in campo militare, ci spiega perché per i nazisti è stato assolutamente inutile assediare Stalingrado: sarebbe stato sufficiente aggirare la città e proseguire l’inseguimento dell’Armata Rossa in ritirata, prima dell’arrivo dell’inverno (l’irrazionalità delle decisioni storiche: Hitler come Napoleone in Guerra e pace).

Ci spiega anche la triste sorte che, finita la guerra, Stalin avrebbe riservato alle centinaia di migliaia di soldati russi caduti prigionieri dei tedeschi: proseguirono per anni la prigionia nei campi della Siberia perché considerati traditori della patria.

Sì, Vasili Grossman ha cercato ed ha scritto la verità.

“La verità è solo una. Non ci sono due verità. Senza verità, o con frammenti, con una piccola parte della verità, con la verità tagliata o potata, è difficile vivere. Una verità parziale non è una verità.” (III, 18)

E’ evidente che Vita e destino è un libro importante, complesso, concepito e realizzato secondo un progetto grandioso che offre molteplici possibili piani di lettura.

Queste mie riflessioni, scaturite dalla lettura del libro, mi sono servite per avere un confronto più attento solo con alcune tematiche che mi sono sembrate essenziali: umanità, bontà, libertà e verità. Ma in questo romanzo c’è molto, molto di più. Grossman ci fornisce numerose interessanti osservazioni sull’umanità e il racconto della vita di decine e decine di personaggi, alcuni dei quali saranno indimenticabili per il lettore.

Tra tanti mi piace ricordare Viktor Shtrum e la moglie Liudmila; Krimov, il commissario dell’Armata Rossa finito alla Lubianka; Sokolov e sua moglie Maria; Sofia Osipovna, il medico militare finito nella camera a gas e la bella e indimenticabile figura del colonnello Nòvikov, comandante di un battaglione di carri armati che guiderà con successo la controffensiva di Stalngrado, un uomo giusto, coraggioso, forte, incarnazione del vero eroico soldato sovietico.

Finito il libro, poi, mi sono chiesto quale sarà stato il destino del giovane soldato Seriozha e della sua bella telegrafista Katia. Krimov-Grossman, il comandante della Casa 6/1 del fronte di Stalingrado, ha deciso che devono vivere, una gesto di bontà che è anche un messaggio di vita e di speranza per il popolo sovietico.

Sulla copertina dell’edizione spagnola che ho letto di Vita e destino c’è una bellissima foto di un soldato sovietico in partenza per il fronte, abbraccia due donne che piangono e guarda lontano verso il proprio destino. Grossman, che non ha visto pubblicato il suo libro, avrebbe certamente apprezzato questa foto, una scena di vita di persone semplici travolte dalla tragedia della guerra che è insieme una immagine di grande speranza.
C’è però un’altra immagine, ci sono ancora altre parole capaci di esprimere e di contenere la grande forza, la grandezza, la tragicità e la speranza di Vita e destino di Grossman: l’Angelus Novus di Klee, emblema inquietante del XX secolo, e la straordinaria visione che questo quadro ha suscitato in Walter Benjamin:

“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è cosi forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.

Concludo con le parole che lo scrittore russo Boris Yampolski ha lasciato in ricordo di Vasili Grossman. Sono le parole di un amico che celebrano il grande scrittore ed uno stupendo capolavoro della letteratura universale:

“Lo vidi molto spesso negli anni in cui stava creando la sua opera maestra. Le sue mani da operaio, grandi e forti, sembrava che maneggiassero un martello e uno scalpello, e non una fragile penna intinta nell’inchiostro. Si sarebbe detto che costruiva una cattedrale grandiosa, e il suo libro, che non si sarebbe pubblicato, era senza alcun dubbio una cattedrale, maestosa, moderna, austera e portatrice di luce; la santa cattedrale della nostra epoca.”(da Sobre vida y destino)

 (fine)
 
– La prima parte di questo post su Vita e destino è >> qui
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sobre vida y destinoNota di lettura. In Spagna l’uscita di Vita e destino è stata seguita dalla pubblicazione di Sobre vida y destino (editorial Galaxia Gutenberg) un libro che raccoglie la traduzione del saggio di Todorov su Grossman, uscito nell’edizione francese delle sue opere, il prologo alla prima edizione mondiale a Vita e destino dello scrittore russo Efim Etkind, e tre documenti interessantissimi di Grossman: una lettera alla madre, la lettera a Kruschov di cui parlo, e la trascrizione, fatta dallo stesso Grossman, del colloquio avuto con Suslov (l’incaricato delle questioni ideologiche del partito comunista). Mi auguro che presto tali documenti essenziali potranno essere disponibili in italiano.

Comunque, devo segnalare che diverse recensioni del libro (che insistono molto sugli aspetti politici, la dissidenza sovietica, la storia avventurosa del libro ecc.) riportano una informazione errata. La famosa frase “sarà possibile pubblicare questo libro tra duecentocinquanta anni” non è di Suslov o di Kruschov, ma di uno dei due redattori della rivista Znamia (Markov e Schipàchev, dirigenti dell’Unione degli scrittori) a cui Grossman aveva fatto leggere il libro (e che rapidamente lo denunceranno); questo episodio è raccontato nella stessa lettera di Grossman a Kruschov (Sobre vida y destino, pag. 67).

– Bellissimo documentario tedesco (sottotitolato) sull’avventura del manoscritto di Vita e destino >> qui

– Bibliografia di e su Grossman (anche una intervista agli autori di Le ossa di Berdichev, una biografia di Grossman recentemente pubblicata in italiano) >> qui

– Un sito su Berdichev la città natale di Grossman, con molte foto, informazioni e curiosità (ad esempio a Berdichev è nato nel 1903 il pianista Vladimir Horowitz e nel 1850 in questa città ucraina si è sposato Balzac) >> qui

– Tutti i miei post dedicati a Grossman >> qui

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