La piazza del diamante di Mercè Rodoreda

di dispersioni

Quando uno scrittore con la sua opera crea un personaggio capace di rappresentare l’universalità della condizione umana, questo personaggio può trascendere dalla semplice fantasia del suo autore ed inizia a vivere di vita propria. Tanto che, ormai morto il suo autore, si può decidere di commemorare lo scrittore con un monumento che celebra il suo personaggio. E’ il caso della scrittrice catalana Mercè Rodoreda (1908 – 1983), autrice del bellissimo romanzo La piazza del Diamante, alla cui protagonista, Colombetta, è stata dedicata una scultura collocata nel 1984 proprio nella piazza del Diamante di Barcellona.  L’opera dello scultore catalano Medina-Campney ritrae Colombetta nel momento del racconto in cui lancia il suo profondissimo urlo d’inferno. Il corpo della donna nudo attraversa una parete, un triangolo di metallo e filo spinato, e se ne distacca con le braccia e le gambe protese in avanti.
 
“Un urlo che dovevo portarmi dietro da molti anni, e con quell’urlo, così ampio che aveva fatto fatica a passarmi per la gola, dalla bocca mi uscì un pezzetto di niente, come uno scarafaggio di saliva… e quel pezzetto di niente che mi era vissuto tanto tempo dentro era la mia giovinezza che fuggiva con un urlo che non sapevo bene cosa fosse … distacco?”
 
Mercè Rodoreda è una scrittrice idolatrata in Catalogna, La piazza del Diamante in catalano, lingua nella quale è stato scritto il libro, ha avuto decine e decine di edizioni e numerose sono state le traduzioni nel mondo. Al romanzo si sono ispirati spettacoli teatrali, letture pubbliche di grandi attori e un film realizzato nel 1982 dalla televisione spagnola.
Ma qual’è il segreto di questo romanzo? Un libro che ha entusiasmato talmente lo scrittore e giornalista Marco Lodoli che in una bella recensione, apparsa lo scorso 3 gennaio su Repubblica, ha affermato, in maniera poco usuale:
 
La Colometa, scultura di Campney
“Appena ho chiuso
La piazza del Diamante di Mercé Rodoreda, ho semplicemente pensato: ho letto un capolavoro.  E mi è venuta subito a voglia di andare in libreria, comprarne dieci copie e regalarle alle persone più care, e già cercavo le parole per questa recensione, per provare a convincere quanta più gente possibile a leggere un libro come ne capitano pochi nella vita.”
 
Il segreto del libro è racchiuso nella vita per molti aspetti misteriosa di Mercè Rodoreda. Gli anni di esilio in Francia e Svizzera dopo la guerra civile spagnola, l’isolamento, la lontananza dalla propria terra, il ritorno a Barcellona all’epoca della democrazia e la sua vita appartata nell’amato paesino di Romanyà tra i suoi fiori. E l’uso della lingua catalana, che Mercè Rodoreda ha dovuto imparare da sola negli anni venti, quando decise di essere giornalista e scrittrice. Il catalano è stata, infatti, una lingua negata per i catalani, nonostante costituisca da secoli un segno fortissimo di appartenenza culturale e di orgoglio nazionale. Gabriel Garcia Màrquez, in un famoso articolo del 1983, dichiara la propria ammirazione per la scrittrice catalana e per il suo romanzo di cui, in particolare, dice di averne apprezzato l’uso della lingua proprio leggendolo in catalano:“Uno scrittore che sa come chiamare le cose tiene salva metà dell’anima, e Mercè Rodoreda lo sapeva fare fino in fondo nella sua lingua materna” .

Mercè Rodoreda
E poi un modo straordinario di rielaborare il proprio passato (Rodoreda è stata una grande lettrice di Proust), gli anni della Repubblica, la guerra, i ricordi familiari trasformati in una scrittura “donde el autor tiene que desaparecer”, dove l’autore deve scomparire. Infatti la sua presenza è inesistente nel romanzo. Solo la vita, solo i fatti, nessuna considerazione o valutazione. Colombetta parla in prima persona, usa il suo linguaggio semplice mediato dalla propria vita, dal suo punto di vista racconta gli avvenimenti, gli uomini e le donne come sono: il marito Quimet, un uomo egoista e strano, i suoi amici, la guerra, gli anni bui del franchismo, i figli, la vita difficile, il tempo che scorre via. Un atteggiamento di rassegnazione estremo pervade il racconto che spesso fa sobbalzare di rabbia il lettore e che alla fine del libro ci trasferisce una strana sensazione di nostalgia e di rimpianto per il tempo passato, nonostante tutto. Nella sua recensione Lodoli la definisce una sensazione di felicità assurda:
 
“…tutto è nello sguardo e nei pensieri di Colombetta, una donna come tante che però sa leggere il mondo e imparare giorno dopo giorno di che sostanza è fatta la vita: di tempo che passa tra rose e rovine, spietatamente, di tempo che devasta e che a volte, se lo accogliamo senza rancore, ci rende assurdamente felici.”
 
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