Il commissario Ricciardi e la negligenza di Fandango

di dispersioni

Non mi era mai capitato di provare fastidio nella lettura di un bel racconto. Non è piacevole dover arrestare la lettura perché, ben distribuite nel testo, ci si imbatte in incongruità lessicali e narrative. Dopo i primi capitoli de Il senso del dolore, L’inverno del commissario Ricciardi, esordio letterario del napoletano Maurizio De Giovanni, la lettura è disturbata dall’attesa della prossima parola usata male o della descrizione inadeguata, questo nonostante l’originalità del racconto poliziesco e della sua ambientazione nella Napoli del 1931 e nonostante il giusto equilibrio narrativo dimostrato dall’autore.
Qualche esempio (in ordine di apparizione):
 
Nel secondo capitolo De Giovanni si dilunga in un dettagliato quanto stridente ritratto del protagonista, il commissario Ricciardi, anticipandoci quanto si sarebbe preferito scoprire lungo la narrazione. Sembra quasi che De Giovanni abbia avuto fretta di presentarci il suo protagonista.
 
Capitolo venti: oltre ad un inutile “noblesse oblige” viene introdotto il personaggio di Livia Lucani, la moglie del tenore assassinato. Ebbene all’improvviso l’autore inizia (continuando imperterrito anche nei capitoli successivi) a chiamarla solo Livia, eppure nulla nel racconto giustifica questa familiarità!
 
Capitolo ventidue: Nella sala mortuaria dell’ospedale Livia Lucani deve procedere al riconoscimento del cadavere del marito. Inaspettatamente e proditoriamente la donna si rivolge al medico legale, che non ha mai conosciuto prima, il dottor Modo, e gli spiega il dolore che prova, il dispiacere, la sua malinconia, la sua nostalgia di un tempo passato.
A pagina 152 poi, sempre Livia rivolge a Ricciardi domande che presupporrebbero una lunga frequentazione tra i due (ma in realtà si sono conosciuti solo il giorno prima in Questura in un breve colloquio), Livia (sempre Livia!) dice: “Tra noi ci sono sempre due dialoghi: uno a parole, l’altro fatto di sguardi”. Sempre?
 
Capitolo venticinque: l’uso di espressioni come “incontrovertibile verità”, così come “della musica che gli aveva sempre nutrito l’anima”, senza dimenticare dell’immagine di Viezzi “che ancora infestava il camerino chiuso” potevano esserci senza dubbio risparmiate.
 
Capitolo trentatre: Ricciardi ha risolto il caso, conosce movente e colpevoli, raggiunge in albergo Livia Lucani per raccontargli il tutto. Purtroppo a pagina 244 comincia a parlarle. Ma Ricciardi parla a Livia o forse il suo è un monologo? Non è chiaro, l’uso delle virgolette è sospeso per essere ripreso nella pagina successiva.
 
Nel libro, poi, Ricciardi ascolta, chi interroga, sempre “con la massima attenzione”, espressione, questa,  ripetuta e sottolineata più volte; pur essendo ovvio che un commissario debba ascoltare con la massima attenzione chi interroga durante le indagini, non credo sarebbe stato tanto difficile evitare questa (come altre) reiterazioni. Basta, mi fermo qui.
 
Eppure sono convinto della bontà dell’impianto narrativo del racconto, il personaggio di Ricciardi è interessante, certo l’ambientazione si sarebbe potuto curare meglio, come è stato notato, e non credo di esagerare se affermo che dalla storia ne potrebbe nascere il soggetto per un bel film. Il racconto di De Giovanni non è poi privo di belle pagine, alcuni personaggi sono stati molto bene delineati (il tenore assassinato, don Pieri, l’intelligente prete melomane) altri sicuramente meno (il brigadiere Maione appare spesso come fuori luogo e il superiore di Ricciardi, Garzo, è stereotipato e forzatamente ridicolo così come il suo vessato usciere).
 
Bella l’idea che fame e amore siano alla base di ogni infamia e di ogni delitto:
 
“la fame e l’amore sono all’origine di ogni infamia, in tutte le forme che possono assumere: orgoglio, potere, invidia, gelosia. Li trovavi in ogni delitto, una volta semplificato all’estremo, eliminati gli orpelli dell’apparenza: la fame e l’amore, o entrambi, e il dolore che generano.” (pag. 21)
 
Così come è bella l’idea dell’ambientazione “atmosferica” del racconto: nei giorni dell’indagine Napoli è percorsa da un inusuale e sferzante vento freddo.
 
“La mattina dopo il vento freddo non era calato d’intensità: nuvolosi neri e pesanti correvano in cielo, lasciando che i raggi del sole illuminassero a tratti pezzi di città; come fossero riflettori, puntati a caso per far risaltare particolari anche senza importanza.” (pag. 64)  
 
Maurizio De GiovanniA pag. 101 mi è particolarmente piaciuto il dialogo tra Ricciardi e il suo amico dottor Modo che seduti al caffè Gambrinus gustano una sfogliata. Dice Modo:
 
“Mmh… chiedimi che cosa mi piace di questa città, e io ti dirò: la sfogliatella! Non il mare, non il sole; la sfogliatella.”  (Questa affermazione di dedizione alla gastronomia tipica napoletana mi ha ricordato quanto dichiarato tempo fa dallo scrittore francese Jean-Noel Schifano: “La mozzarella è per me l’ eucaristia di Napoli.”)
 
Mi sono chiesto chi possa essere il responsabile dei contraddittori risultati letterari di Maurizio De Giovanni. Frugando nei blog ho trovato una sua intervista dove forse qualcosa si spiega:
 
Il dolente commissario Ricciardi è un successo inaspettato. Come te lo spieghi?
“Me lo spiego cosi’: ho la fortuna di non saper scrivere. La mia scrittura non prevale come succede a colleghi molto più bravi di me. Loro si ascoltano scrivere, gli piace il gusto delle parole e la gente non ci si riconosce. A me non succede così. Sarà stata la fretta, ma io mi sono limitato a raccontare una storia.”
 
“Paola, la mia compagna, che ha la pazienza di rileggermi e farmi l’editing. Io non rileggo mai quello che scrivo, mi annoia perché so già come va a finire.”
 
Alle critiche rivolte al libro dal blog di Patassa, Maurizio De Giovanni interviene e scrive:
 
“Sono pienamente consapevole dell’incompletezza di questo romanzo, nato in circostanze curiose e scritto da uno che prima non aveva mai scritto niente. L’idea non doveva essere male, se uno come Procacci ha deciso di proporre un contratto per quattro romanzi su questa base; ma lo sviluppo è assai carente, sono d’accordo con te.
Penso di aver risolto il problema in gran parte col secondo romanzo e in maggior misura col terzo, appena consegnato. A forza di fare una cosa qualsiasi idiota impara, no?”

Ecco, i colpevoli sono tutti qui davanti a me: De Giovanni (ma si sa, gli scrittori vanno perdonati), Paola (che spero sia stata dispensata dall’editing dei successivi racconti del commissario Ricciardi) e, imputato numero uno, l’editore Fandango, perché molto, troppo negligente.

Ad un cenno del commissario Ricciardi al brigadiere Maione non resterà altro che tirar fuori le manette!
 
 
 
– Due interviste a Maurizio de Giovanni >> qui e qui
 
– Una recensione al libro Il senso del dolore dal blog di Patassa >> qui
Annunci