La grande disillusione: Luigi Compagnone e L’amara scienza (2a parte)

di dispersioni

luigi-compagnone-amara-scienzaPrimi anni ’60, in una calda e afosa mattina di settembre, nella profonda Napoli di via Nilo, i tre figli disoccupati di Augusto Alisei, un anziano ex comandante di nave, pensionato e malato, escono di casa alla ricerca di duecentosettantacinquemila lire.

I soldi servono per pagare l’affitto arretrato, devono essere trovati proprio per quel giorno, altrimenti l’indomani c’è lo sfratto.

L’amara scienza di Luigi Compagnone (ed. Compagnia dei Trovatori) è il racconto di questa giornata trascorsa nel corpo di una Napoli irreale e indifferente, alla disperata ricerca delle duecentosettantacinquemila lire.

Niente miracolo di san Gennaro in quei giorni, la liquefazione del sangue del santo tarda e nel caldo terribile, tra le strade affollate di umanità e di auto impazzite nel traffico, le processioni imploranti dei fedeli attraversano la città:

“Il santo sta arrabbiato per colpa dei nostri peccati”, così ha gridato una vecchia poco fa: “Le donne vanno nude per le spiagge, gli uomini rubano, il comunismo trionfa, e noi vogliamo il miracolo? Altro che miracolo; fame, peste e carestia. Noi sputiamo in faccia a lui, e il santo sputa in faccia a noi. Sputa, san Gennaro mio, sputaci in faccia, e fa venire la fine del mondo”.

Nella popolosa città sta ammassato il benessere che sembra sia alla portata di tutti. Tutti sono consumatori, i negozi sono strapieni di merci, le automobili sono dappertutto, i cantieri ad ogni angolo, i palazzi che crescono e sulla cima le croci delle antenne televisive, juke box e canzonette a tutto volume fanno da sottofondo musicale. Napoli è già Megalopoli, elefantiaca e ipertrofica – scrive Compagnone – e conia per definire questa entità il termine Napolimegalopoli, così come La Capria crea la metafora della Foresta Vergine.

“Tutti, chi più chi meno, consumatori di beni. Ma più consumi beni, meno realtà consumi. Anche il linguaggio si assottiglia, bastano per intendersi gli slogans di mercato. Si rompe la complessità dei rapporti, poiché ne basta uno solo: il rapporto tra produttore e consumatore. Lui che niente ha da consumare, lui è morto.”

“Si alza il cemento armato, sovrastato da croci e croci; almeno sembrano croci; sono invece antenne televisive e servono per consumare un rito, a un’ora precisa: quando mani e mani nello stesso secondo girano manopole e si odono gridi di bambini vogliosi di bere la voce dei pupazzi pubblicitari.”

La città del Napoli Boom costruisce le sue case Muraglia, come la Muraglia cinese queste case crescono, crescono e per la borghesia sono un orrore:

“Qualche volta arrivano qui talune ricche signore, girano tra questi fabbricati e dicono che è tutto un orrore. Care signore. Certo, esse abitano nelle ville sul mare, a Posillipo, e si meravigliano di questo quartiere fitto di case al punto che sembrano incastrate l’una nell’altra. Pure, sono stati i loro mariti a costruire la Muraglia, essi, gli edificatori di Napolimegalopoli, i lords del boom edilizio. Ovunque hanno sventrato, atterrato, demolito; e quando li prese, quella febbre? Nei fraudolenti anni cinquanta, sessanta; non fu proprio in quegli anni? E chi sa qual è quest’anno; il Duemila, forse; oltre il Duemila, chissà.”

Lo sguardo di Compagnone sulla città è sarcastico e implacabile. Lo stesso sguardo insegue nella città Lucia, Isidro e Egidio, i tre figli del pensionato Augusto Alisei. Uno sguardo profondamente disilluso si abbatte su di loro e su di una città estranea dove i tre giovani si perderanno in un inutile vagare, dove cozzeranno una umanità meschina ed egoista ed una città priva ormai di rispetto per se stessa e per chiunque.

Compagnone
La disillusione dello sguardo di Luigi Compagnone sulla sua città e sui tre protagonisti del libro è tutta nell’amara scienza che serve solo per sopravvivere e non per vivere, per ricominciare giorno per giorno, “la conservazione della vita come scopo a se stante.” Quello di Compagnone è lo sguardo di uno scrittore che non ha lasciato Napoli negli anni ’50, come La Capria, quindi è libero di penetrare nell’oggettiva profondità del corpo della città. Il racconto dell’ Amara scienza è tanto oggettivo così come è tanto puramente soggettiva la narrazione di Ferito a morte, ma la misura della disillusione, la denuncia di una impossibile via d’uscita, è identica.

In occasione della recente pubblicazione del libro di Luigi Compagnone, la giornalista Stella Gervasio ha intervistato Antonio Ghirelli, che è stato suo grande amico:

“Si sente la mancanza di un narratore del piglio di Compagnone, in questo momento in cui gli intellettuali sembrano assenti sulla scena di una città che si è persa e non si ritrova?”

“Per come stanno le cose – risponde Ghirelli – ci vorrebbe un narratore biblico. Compagnone è stato una personalità unica nella storia letteraria napoletana, perché ha vissuto in modo contraddittorio e con grande sarcasmo e dolore questa contraddizione tra la sua passione progressista e le delusioni che questa stessa sua fede veniva creando (…) Per questo per me è lo scrittore più siciliano di tutti noi, perché ha sfiorato la denuncia di una tragedia registrando l’ incapacità di un miglioramento.”

(fine – la prima parte: Ferito a morte di Raffaele La Capria >> qui

–  Luigi Compagnone su Wikipedia >> qui

–  Stella Gervasio intervista Antonio Ghirelli su Compagnone, sul libro, su Napoli >> qui

–  Dal blog Dust in the wind tante bellissime fotografie e tra queste una del maggio 2005, sono insieme Antonio Ghirelli, Francesco Rosi, Raffaele La Capria e Ermanno Rea >> qui

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