Crisi educativa e formativa. Verso uno spazio europeo di istruzione superiore

di dispersioni

La crisi economica, conseguenza del crollo delle borse del 15 settembre 2008 e dei rapidi processi di finanziarizzazione dell’economia mondiale, delinea per il prossimo decennio una serie di profondi mutamenti che condizioneranno pesantemente l’evoluzione delle economie dei diversi paesi industrializzati. L’accelerazione dei processi di globalizzazione, la contrazione dei mercati di beni e servizi e i cambiamenti tecnologici impongono agli stati, già oggi, l’adozione di politiche economiche versatili e capaci di supportare le proprie imprese sostenendo in primo luogo l’innovazione e la ricerca; sono due sono le categorie di imprese che potranno uscire vittoriose dalla crisi: quelle in grado di competere a livello internazionale e quelle che godono di assetti finanziari solidi.
 
In un contesto di recessione economica il ruolo del capitale umano risulta essenziale nel favorire la ripresa e la competitività delle imprese e, pertanto, cresce da parte degli operatori economici, sindacali, dei politici e dell’opinione pubblica in generale, l’attenzione verso la qualità del sistema di istruzione e di formazione. Da alcuni decenni però, in quasi tutti i paesi, si ritiene che il sistema educativo è carente, si parla ormai diffusamente di crisi educativa e di crisi dell’istruzione che perdura nonostante le più diverse soluzioni adottate (più computer, classi meno numerose, stipendi più alti ai docenti, maggiori risorse assegnate, autonomia, centralizzazione, incentivi e maggiore concorrenza tra le scuole); purtuttavia “nonostante il consenso raggiunto rispetto alla questione, la priorità di cui gode e le risorse a essa assegnate, la crisi educativa mondiale non si arresta” (1). Diverso, però, il caso di alcuni paesi come Finlandia e Corea del Sud dove sistemi educativi di elevata qualità sono ben integrati con il mercato del lavoro e gli alti livelli di innovazione del sistema produttivo locale.
 
I risultati dell’indagine PISA (2) evidenziano per l’Italia e per le regioni meridionali in particolare, andamenti preoccupanti degli indicatori dei livelli di competenza dimostrati dai giovani secolarizzati, segnali questi di una crisi educativa che richiede profondi interventi riformatori del sistema scolastico. Tenendo conto delle sole abilità nella lettura (che misurano la capacità di comprendere, utilizzare e riflettere su testi scritti) dall’indagine emerge che i risultati riportati dagli studenti delle scuole dell’Italia centrale e meridionale sono lontani sia dai risultati conseguiti dalla media nazionale che dalla media Ocse e che, esclusi i licei, gli istituti tecnici e professionali presentano le performance più basse, mentre, infine, peggiorano complessivamente i risultati conseguiti rispetto all’indagine condotta nel 2000.
 
Risultati PISA 2006 – Percentuale di studenti a ciascun livello della scala complessiva di literacy in lettura per area geografica
 
grafico 1
 
Risultati PISA 2006 – Percentuale di studenti a ciascun livello della scala complessiva di literacy in lettura per tipo di scuola
 
 grafico 2
 
Focalizzando l’attenzione sul nostro Paese, occorre ricordare che le politiche volte al miglioramento o riforma dell’offerta educativa sia scolastica che universitaria sono ormai collocate, con risultati spesso contrastanti, in un contesto di integrazione di livello europeo che risponde a due iniziative comunitarie e internazionali: il Programma di lavoro Istruzione e Formazione 2010, inserito nella strategia di Lisbona, e il processo di Bologna, avviato nel 1999, i cui obiettivi coinvolgono oggi ben 46 paesi europei ed extraeuropei.
 
Il Programma di lavoro Istruzione e Formazione 2010, che si proponeva di promuovere entro il 2010 il raggiungimento di cinque obiettivi di integrazione e miglioramento quali-quantitativo dei sistemi formativi dei paesi comunitari, veri e propri investimenti in sviluppo del capitale umano (ridurre l’abbandono scolastico, aumentare i laureati in materie scientifiche e tecnologiche, completamento del ciclo di istruzione secondaria per l’85% dei ventiduenni, migliorare le competenze di base nella lettura, innalzare al 12,5% l’apprendimento permanente degli adulti) si conclude senza aver raggiunto i progressi auspicati. Nessuno dei paesi in ritardo nel 2000, infatti, ha compiuto gli sforzi sufficienti a colmare il ritardo con quelli meglio posizionati, mentre l’Italia ha conseguito risultati limitati solo sull’incidenza dell’abbandono scolastico e sul grado di scolarizzazione secondaria di secondo grado, anche se su questi stessi indicatori permangono ancora cospicui ritardi nelle regioni meridionali (3).
 
La Dichiarazione di Bologna (4) è un processo di riforma a carattere europeo che si propone di realizzare una convergenza dei sistemi universitari dei paesi partecipanti finalizzata alla promozione di una dimensione europea dell’istruzione superiore attraverso l’adozione di un sistema per il riconoscimento di titoli comprensibili e comparabili basati su tre cicli principali (3+2+3, laurea, specializzazione e dottorato). Il processo che prevede, inoltre, l’adozione di sistemi di qualità della formazione, mobilità, formazione continua e occupabilità dei laureati, ha riscosso un grande successo tra i numerosi paesi aderenti dove, già da quest’anno, l’82% degli atenei risultano conformi al nuovo modello. In Italia il modello 3+2 è prevalente ed stato introdotto con successo già da anni (nel 2006-2007 l’84% degli studenti risultavano iscritti ai corsi del nuovo ordinamento) (5) unitamente a paesi quali Danimarca, Finlandia, Estonia, Francia, Ungheria, Norvegia e Polonia; in ritardo gli altri paesi aderenti che fanno ancora coesistere tra loro sistemi di cicli universitari di diversa durata (6).
 
Il percorso di adeguamento del sistema scolastico ed universitario del nostro paese verso uno spazio europeo di istruzione superiore è comunque difficile, in particolare per l’esiguità delle risorse destinate alla spesa per l’istruzione (4,7% del Pil nel 2008, contro il 5,8 della media Ocse) mentre la spesa per R&S non raggiunge nel 2005 l’1% del Pil (all’interno di questa quota lo 0,3 va in R&S, lo 0,6% è destinato all’istruzione universitaria e lo 0,1 nei servizi agli studenti) a fronte di un impegno a raggiungere il 3% definito all’interno della strategia di Lisbona, mentre continuiamo a mantenere il record, tra i paesi Ocse, della quota di studenti che si iscrivono all’università e non ottengono un titolo universitario (55%) (7).
 
In tale contesto il Governo ha comunque annunciato recentemente, con l’apposito rapporto Italia 2020 (8), un quadro complessivo di interventi diretti a cogliere le opportunità di cambiamento offerte dalla recessione, individuando sei priorità di intervento volte a favorire la occupabilità dei giovani. Il rilancio dell’istruzione tecnico-professionale è certamente una delle indicazioni più rilevanti del Rapporto, una priorità che richiede profondi interventi di riforma in grado di rilanciare la qualità dell’offerta scolastica di questi istituti e  il collegamento scuola-lavoro-economia territoriale.  Essenziali, inoltre, i riferimenti alla riqualificazione dell’apprendistato e il ricorso ai tirocini formativi, strumenti in grado di avvicinare i giovani al mercato del lavoro. Per ultimo, il documento sottolinea la opportunità di porre rimedio alle iscrizioni di massa all’università ed ai conseguenti abbandoni, intervenendo sulla formazione universitaria migliorandone le metodologie di apprendimento e il livello di conoscenze attuate attraverso i nuovi cicli triennali ed i bienni specialisti e aprendo, infine, i dottorati di ricerca e l’alta formazione alle attese del mondo della ricerca e del sistema produttivo.
 
 
(1)   Moisés Naìm, Non solo finanza, educazione disastrata la peggiore delle crisi, in Il Sole 24 ore del 14/10/2009;
(2)   Risultati di PISA 2006, Un primo sguardo d’insieme, INVALSI, 2007. L’indagine internazionale periodica PISA (Programme for International Student Assessment), promossa dall’Ocse, consente una comparazione dei sistemi scolastici dei paesi membri mediante un accertamento delle competenze dei quindicenni scolarizzati nelle aree della lettura, della matematica e delle scienze. Attraverso i risultati dell’indagine è possibile trarre indicazioni relative all’efficacia delle politiche scolastiche nazionali utili per orientare eventuali provvedimenti innovativi e di riforma. Gli indicatori utilizzati prevedono 6 livelli di rendimento, al livello 1 uno studente possiede conoscenze tanto limitate da poter essere applicate soltanto in poche situazioni a lui familiari. L’edizione italiana del rapporto è disponibile nel sito http://www.invalsi.it;
(3)   Rapporto ISFOL 2009, sintesi, Roma, ottobre 2009;
(4)   Documentazione di riferimento in http://www.bolognaprocess.it;
(5)   Ministero dell’Università e della Ricerca – Nono Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario, dicembre 2008;
(6)   Rapporto Eurydice –  L’enseignement supérieur en Europe 2009: les avancées du processus de Bologne; Su alcune conseguenze dell’adeguamento delle università italiane al processo di Bologna si veda: E sull’università dati contro pregiudizi, di Marino Regini, 22/12/2008 in http://www.lavoce.info; Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Studi del Lavoro e del Welfare, L’università malata e denigrata. Un confronto con l’Europa, Milano, dicembre 2008, in http://www.unimi.it/news/34640.htm;
(7)   Daniele Cecchi, Cresce l’università degli abbandoni, 28/10/2008 in http://www.lavoce.info;
(8)   Ministero del lavoro – Ministero dell’Istruzione, Italia 2020. Piano di azione per l’occupabilità dei giovani attraverso l’integrazione tra apprendimento e lavoro, Roma, settembre 2009.
 
 

(questo post riproduce un mio contributo ad un Rapporto economico provinciale redatto nel dicembre 2009 in corso di pubblicazione)

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