Ricerca, innovazione e sviluppo del capitale umano

di dispersioni

innovazioneRicerca e innovazione: ancora una opportunità per il Mezzogiorno
 
Entro il 2013 le Regioni del Mezzogiorno saranno destinatarie di risorse comunitarie superiori a 20 miliardi di euro, prevalentemente destinate, secondo il Quadro strategico nazionale, ad interventi di ricerca ed innovazione. La Campania potrà accedere ad una quota pari al 20% circa del totale della spesa programmata, un importo considerevole che, opportunamente orientato sulle priorità segnalate dalla stessa Regione, potrebbe contribuire a sostenere una occasione di riqualificazione produttiva e infrastrutturale del territorio.
 
Tuttavia occorre tener conto che il contesto economico di riferimento per la Campania e più in generale per l’intero Mezzogiorno, non ha smesso di essere estremamente preoccupante, aggravandosi in conseguenza degli effetti della crisi internazionale e marcando una recessione dai pesanti effetti sul sistema produttivo locale.
 
Il Governatore della Banca d’Italia ha recentemente sottolineato che “da lungo tempo i risultati economici del Mezzogiorno sono deludenti. Il divario di Pil pro capite rispetto al Centro Nord è rimasto sostanzialmente immutato per trent’anni: nel 2008 era pari a circa quaranta punti percentuali (…) Il Sud, in cui vive un terzo degli italiani, produce un quarto del prodotto lordo  nazionale; rimane il territorio arretrato più esteso e più popoloso dell’area dell’euro (…) Mentre le altre regioni europee in ritardo di sviluppo tendono a convergere verso la media dell’area, il Mezzogiorno non recupera terreno.” (1)
 
I ritardi storici e le difficoltà strutturali delle regioni meridionali si sommano, inoltre, ad una situazione economica nazionale difficile ed  avviata, secondo diversi osservatori, verso una probabile semi-stagnazione di lungo periodo (la c.d. sindrome giapponese) in cui modeste variazioni annue del Pil caratterizzerebbero il futuro di una economia sostanzialmente incapace di innovare il proprio apparato produttivo per poter rispondere efficacemente ai cambiamenti dei mercati mondiali.
 
Innovazione e ricerca rappresentano indubbiamente le due componenti principali capaci di attivare il motore della crescita economica. Per il nostro Paese, scarsamente propenso all’innovazione e fortemente in difficoltà nel modificare il proprio modello produttivo basato sui settori più tradizionali, appare quanto mai necessario definire appropriate politiche economiche che puntino su un deciso sostegno alla ricerca e all’innovazione e che siano centrate, prioritariamente, sullo sviluppo del capitale umano. 
 
Gli indicatori di ricerca e innovazione nel contesto europeo
 
Tale necessità di orientamento delle politiche economiche nazionali risulta evidente se si osservano i principali indicatori con i quali viene misurata l’attività innovativa e di ricerca scientifica nel contesto europeo e mondiale, dove le performance italiane risultano estremamente ridotte.

La spesa per ricerca e sviluppo è uno degli indicatori chiave utilizzati per misurare il conseguimento degli obiettivi della Strategia di Lisbona. Secondo gli impegni assunti dai paesi europei nel 2002, tale indicatore, inteso come rapporto tra spesa per R&S e Pil, avrebbe dovuto raggiungere il 3% nel 2010. Dai più recenti dati Eurostat disponibili, solo Svezia e Finlandia risultano aver conseguito ed addirittura oltrepassato l’obiettivo fissato, mentre l’Italia con l’1,2% si è collocata al sedicesimo posto in Europa, con valori comunque inferiori a quelli riportati dai principali paesi europei (ivi compresi paesi come Portogallo, Spagna e Irlanda).
 
Per quanto riguarda il Mezzogiorno, ad eccezione di Campania e Abruzzo, tutte le altre regioni manifestano livelli di spesa per ricerca e sviluppo inferiori all’1% del Pil. La componente di spesa sostenuta dalle imprese nelle regioni meridionali, tranne che per la Campania (che con lo 0,6% è attestata sul valore medio nazionale), assume comunque valori estremamente ridotti che vanno da 0,1 a 0,4%.
 

Spesa per ricerca e sviluppo totale e sostenuta dalle imprese nei paesi Ue
Anno 2007

(in percentuale del Pil – fonte Eurostat)
spesa rs europa

Per quanto riguarda i brevetti registrati nel 2005, nell’Europa a 27, l’Italia si collocava ad di sotto della media europea, all’undicesima posizione subito dopo il Regno Unito. Dati più recenti dell’OCSE riportano che nel 2009 i brevetti prodotti dall’Italia rappresentano solo un quarantesimo di quelli europei. Se poi si osserva la distribuzione territoriale dei brevetti registrati, le statistiche evidenziano per il Mezzogiorno, con l’eccezione dell’Abruzzo, indicatori estremamente bassi simili a quelli dei paesi europei meno avanzati.
 
Proseguendo la panoramica sugli indicatori di ricerca e innovazione occorre segnalare che il numero degli addetti ad attività di ricerca e sviluppo (che comprende tecnici e ricercatori pubblici e privati) in Italia risulta tra i più bassi tra i paesi europei: 3,5 addetti ogni mille abitanti, a fronte di una media europea di 4,5. I valori riportati dall’Italia sono pertanto prossimi a quelli di paesi come Estonia, Portogallo e Grecia, ma lontani da quelli registrati in paesi più evoluti, tutti con valori superiori alla media europea.
 
La distribuzione territoriale degli addetti alle attività di ricerca e sviluppo è, come prevedibile, estremamente differenziata all’interno delle diverse aree geo-economiche sia per numerosità che per tipologia. Gli addetti alla R&S imputabili alle imprese private sono più numerosi nelle regioni del Nord dove sono presenti le grandi imprese; si equivalgono per numerosità con gli addetti di Università e pubbliche amministrazione nelle regioni centrali dove insiste una diffusa presenza di centri di ricerca pubblici, mentre sono in grande misura dipendenti pubblici nel Mezzogiorno, un’area dove, in particolare, risulta largamente prevalente la ricerca condotta dal sistema universitario.
 
Deludenti per il nostro Paese anche i risultati relativi all’indagine sull’innovazione tecnologica introdotta nelle imprese, realizzata a livello europeo dall’Eurostat, dove con riferimento agli anni 2004-2006, il dato sulla numerosità di imprese innovatrici colloca l’Italia nel gruppo dei paesi europei che non raggiungono il valore medio comunitario. Mentre, secondo le analisi dell’Istat, sul territorio nazionale il 70% della spesa sostenuta per l’innovazione è concentrata in quattro regioni (Lombardia, Lazio, Piemonte ed Emilia-Romagna) e per il 57% interessa le medie e grandi imprese industriali. Per quanto riguarda le imprese meridionali, risulta che solo il 22% di esse hanno introdotto innovazioni, per una spesa che incide per il  7,5% sulla spesa complessiva nazionale.
 
La ricerca scientifica: l’Italia nello scenario internazionale
 
Completiamo la panoramica dei principali indicatori di sintesi sulle attività di ricerca e innovazione con  i dati elaborati dalla Thomson Reuters relativi agli articoli pubblicati e censiti su riviste scientifiche. La rilevazione, effettuata attraverso una apposita metodologia, predisposta dalla stessa Thomson Reuters, ha l’obiettivo di quantificare, comparare e valutare le diverse produzioni di letteratura scientifica, fornendo una serie interessante di indicatori (per disciplina, rivista scientifica e paese di provenienza delle pubblicazioni) ormai di riferimento nel mondo scientifico internazionale.
 
Secondo l’Essential Science Indicators della Thomson Reuters nel periodo dal 1998 al 2008, l’Italia si collocava al 7° posto nel mondo per articoli scientifici citati, all’ottavo per numero di articoli pubblicati e al 26° per citazioni ricevute per articolo pubblicato. I principali campi di interesse delle pubblicazioni italiane per numerosità di pubblicazioni sono stati: medicina, fisica, chimica e biologia.

Graduatoria dei primi 20 paesi per numerosità degli articoli scientifici pubblicati – anni 1998-2009
 
Rank       Field Papers Citations Citations
Per Paper
1 USA  2,959,661 42,269,694 14.28
2 JAPAN  796,807 7,201,664 9.04
3 GERMANY  766,146 8,787,460 11.47
4 ENGLAND  678,686 8,768,475 12.92
5 PEOPLES R CHINA  573,486 2,646,085 4.61
6 FRANCE  548,279 5,933,187 10.82
7 CANADA  414,248 4,837,825 11.68
8 ITALY  394,428 4,044,512 10.25
9 SPAIN  292,146 2,602,330 8.91
10 RUSSIA  276,801 1,135,496 4.10
11 AUSTRALIA  267,134 2,784,738 10.42
12 INDIA  237,364 1,088,425 4.59
13 NETHERLANDS  231,682 3,148,005 13.59
14 SOUTH KOREA  218,077 1,256,724 5.76
15 SWEDEN  174,418 2,257,641 12.94
16 SWITZERLAND  168,527 2,502,210 14.85
17 BRAZIL  157,860 880,821 5.58
18 TAIWAN  144,807 828,751 5.72
19 POLAND  131,646 766,033 5.82
20 BELGIUM  125,520 1,461,478 11.64
SOURCE: Essential Science Indicators from Thomson Reuters

Con riferimento, invece, al quinquennio 2004-2008 l’Italia risulta aver prodotto nel periodo 214.709 articoli che corrispondono al 4,41% degli articoli scientifici censiti nel database della Thomson Reuters, manifestando nei 21 campi scientifici di interesse, una significativa presenza di articoli in scienze spaziali (10,7% degli articoli censiti nel mondo), neuroscienze e matematica (6,1% e 5,59%).
 
Se si tiene conto dell’indice di impatto relativo comparato sul mondo (5 year Journal Impact Factor o fattore di impatto a 5 anni) si nota come le pubblicazioni scientifiche italiane risultano aver acquisito, nel periodo considerato, un incremento positivo nelle citazioni del 24% nelle scienze dello spazio, del 25% in fisica, del 24% in medicina e del 21% nelle scienze agrarie, inferiori o negativi gli andamenti nelle altre discipline. (2)
 

Italy– Ranked by Citations,1998-2008

Rank       Field Papers Citations Citations
Per Paper
1 Clinical Medicine  99,536 1,325,892 13.32
2 Physics  49,537 467,309 9.43
3 Chemistry  42,251 448,895 10.62
4 Biology & Biochemistry  24,093 307,856 12.78
5 Neuroscience & Behavior  17,994 258,134 14.35
6 Molecular Biology & Genetics  11,945 244,025 20.43
7 Space Science  11,899 178,330 14.99
8 Engineering  32,768 140,734 4.29
9 Immunology  6,158 121,629 19.75
10 Plant & Animal Science  16,442 101,197 6.15
11 Geosciences  12,301 99,237 8.07
12 Pharmacology & Toxicology  8,548 93,344 10.92
13 Materials Science  10,581 63,630 6.01
14 Environment/Ecology  7,275 60,724 8.35
15 Microbiology  5,310 59,767 11.26
16 Agricultural Sciences  6,707 47,532 7.09
17 Psychiatry/Psychology  4,549 44,407 9.76
18 Mathematics  13,009 39,193 3.01
19 Computer Science  11,926 35,474 2.97
20 Social Sciences, General  3,569 14,194 3.98
21 Economics & Business  3,494 14,045 4.02
22 Multidisciplinary  337 2,259 6.7

Fonte: Essencial Science Indicators from Thomson Reuters
 

 
Science in Italy, 2004-2008

  Field Percentage of papers
from Italy
Relative impact
compared to world
Space Science 10.70 +24
Neurosciences & Behavior 6.11 -8
Mathematics 5.59 +10
Physics 5.46 +25
Clinical Medicine 5.34 +24
Geosciences 5.27 +3
Pharmacology & Toxicology 4.95 +6
Immunology 4.93 -1
Computer Science 4.70 -6
Molecular Biology & Genetics 4.61 -14
Engineering 4.49 +6
Italy‘s overall percent share, all fields: 4.41
 
Biology & Biochemistry 4.26 -10
Agricultural Sciences 3.90 +21
Chemistry 3.58 +13
Plant & Animal Sciences 3.54 -7
Environment/Ecology 3.40 -7
Microbiology 3.39 -13
Economics & Business 3.01 -23
Materials Science 2.48 +17
Psychiatry/Psychology 2.27 +5
Social Sciences 1.24 -12

Source: National Science Indicators from Thomson Reuters
 

Gli indicatori della Thomson Reuters esaminati, hanno il merito di evidenziare, in chiave comparata, quali siano i settori più dinamici della ricerca scientifica nazionale e quale sia il rilievo nel mondo della nostra produzione di articoli scientifici. Ma i rapporti predisposti dalla Thomson Reuters sono una fonte di grande utilità anche per capire quali siano gli orientamenti e le tendenze della ricerca scientifica nel mondo globalizzato.
 
I cambiamenti nella ricerca scientifica mondiale: il caso della superpotenza cinese
 
Il recente Global research report pubblicato dalla Thomson Reuters e dedicato alla Cina (3) evidenzia, con dati di grande impatto, quale sia il trend di crescita della superpotenza scientifica cinese. Nel periodo dal 1999 al 2008 la produzione di articoli scientifici della Cina è passata da poco più di 20.000 a ben 112.000, risultando così seconda solo a quella degli Stati Uniti (332.000) sopravanzando, in poco più di due anni, la produzione scientifica di paesi come Giappone e Germania.

 
Pubblicazioni scientifiche dei principali paesi (esclusi Usa) dal 1999 al 2008
grafico ch
fonte: Thomson Reuter
 

Se il trend annuale di sviluppo della letteratura scientifica cinese viene osservato dal 1981 in poi, si scopre che l’indice di sviluppo (1981 =100) risulta aver raggiunto oltre 5.000 nel 2006; indice che, si noti bene, per i paesi occidentali e il resto del mondo risulta sostanzialmente piatto. Secondo gli analisti della Thomson Reuters la produzione di letteratura scientifica cinese supererà entro il prossimo decennio quella degli Usa.
 
I campi scientifici di interesse degli articoli scientifici cinesi censiti sono numerosissimi: prevalgono scienze dei materiali, chimica, fisica, matematica, particolarmente intensa l’attenzione a campi specifici di ricerca quali cristallografia (che comprende fisica atomica e scienza dei materiali, strutture delle proteine, strutture molecolari, studio del DNA e dei semiconduttori), metallurgia, fisica e matematica applicata.
 
Infine, il rapporto evidenzia l’elevato livello collaborativo degli scienziati cinesi che, dal 2004 al 2008, per il 9% della produzione letteraria hanno come coautore uno scienziato di una università Usa, giapponese per il 3% e tedesca (2,3%) ed a sorpresa nella classifica entra anche l’Italia (0,51% ma nel quinquennio precedente 1%). Tra gli organismi che maggiormente collaborano con la Cina per attività scientifiche c’è l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, con ben 930 articoli firmati fino al 2008.
 
Nell’analizzare gli straordinari dati della Thomson Reuters sulla Cina (4), sono stati evidenziati alcuni fattori che spiegano l’esplosione della ricerca cinese: gli enormi investimenti del governo in ricerca e sviluppo, l’elevata qualità del sistema scolastico e post-universitario e la fine della “diaspora cinese” ovvero il ritorno in patria di migliaia di studenti (e professori) dalle migliori università del mondo, americane in primo luogo.
 
Parte del merito di tale considerevole sviluppo scientifico andrebbe riconosciuto anche alla forza dei numeri: nel 2009 in Cina i laureati sono stati circa 6 milioni dei quali oltre 350 mila ingegneri. Tuttavia, tali livelli di scolarizzazione massiva hanno fatto esplodere da qualche anno in questo paese il problema della disoccupazione intellettuale giovanile: il sistema scientifico e produttivo riesce ormai ad assorbire con difficoltà i laureati ed i diplomati prodotti.
 
Investire in conoscenza
 

I rapporti sulla produzione di letteratura scientifica della Thomson Reuters oltre che evidenziare trend e dinamicità clamorose come quella cinese, delineano l’evoluzione geografica della ricerca scientifica nel mondo fornendo indicazioni circa una serie di paesi (come Russia, Brasile e India) che manifestano negli ultimi anni dinamicità e potenzialità di sviluppo scientifico e tecnologico di particolare rilievo. Segnale questo che la frontiera della ricerca scientifica si allarga rapidamente e si consolida anche in paesi fino a pochi anni fa considerati marginali, ma anche che gli investimenti realizzati in ricerca, innovazione e sviluppo del capitale umano sono stati riconosciuti essenziali per poter sostenere il cambiamento tecnologico e la crescita sociale ed economica di quei paesi.
 
In tale contesto evolutivo degli scenari internazionali, dove appare sempre più evidente che competizione e crescita economica sono determinati in grande misura dalla capacità di investire in conoscenza, gli indicatori sui livelli di ricerca e innovazione raggiunti dal nostro Paese, confrontati con i risultati raggiunti dai nostri principali partner europei, appaiono ancor più  insoddisfacenti. Così come è valutata profondamente insufficiente la qualità del nostro sistema educativo in quanto “fabbrica del capitale umano”, intendendo il capitale umano “come un insieme di conoscenze e competenze, il sapere e il saper fare delle persone”.
 
Capitale umano e insufficienze del sistema educativo
 
Una recente ed interessante analisi sulle caratteristiche del nostro sistema di produzione del capitale umano (5) ha evidenziato che le problematiche rilevate circa i limitati livelli qualitativi di trasferimento della conoscenza del sistema educativo, sono dovute non tanto al volume delle risorse destinate quanto ad un mix di fattori riconducibili ad una ridotta tensione alla qualità, ad una scarsa effettiva autonomia delle scuole ed all’assenza di un sistema di valutazione uniforme e standardizzato.
 
I risultati delle indagini internazionali PISA 2003 e 2006  hanno evidenziato il drammatico ritardo italiano rispetto alle media dei paesi OCSE, “dovuto alla presenza di molti studenti dalle performance deludenti (specie in lettura e comprensione dei testi), ma anche alla scarsità di quelli dalle performance molto brillanti” che si manifesta con differenze profonde sia a livello delle diverse aree geografiche che fra le singole tipologie di scuole. I risultati conseguiti dagli studenti meridionali sono di gran lunga inferiori ai già limitati risultati raggiunti nelle scuole delle regioni centro settentrionali, mentre si producono pesanti divari tra licei ed istituti tecnici e professionali.
 
 
I divari territoriale nei livelli di competenza/conoscenza

  Lettura e
comprensione testi
Matematica Scienze
Nord Centro Sud Nord Centro Sud Nord Centro Sud
Scuola Primaria 100,8 101,2 99,1 101,9 100,0 97,7 102,5 100,2 97,1
Scuola secondaria di primo grado       103,9 101,7 95,2 104,6 102,2 94,8
Scuola secondaria di secondo grado 106,6 103 92,9 107,2 101,1 93,2 107,1 102,3 92,7

Nota: le indagine prese in considerazione sono Pisa 2006 (studenti di 15 anni, in prevalenza iscritti alla scuola secondaria di secondo grado) Pirls 2006 (scuola primaria), Timss 2007 (scuola primaria e secondaria di primo grado): perc ciascuna rilevazione e ambito disciplinare il dato medio Italia è posto pari a 100
Fonte: P. Cipollone e P. Sestito, Il capitale umano, Bologna, Il Mulino, 2010

 

Anche il sistema universitario sconta una serie di difficoltà legate alla qualità dell’offerta, riconducibili, tra l’altro, alla scarsa differenziazione e competizione tra gli atenei, al perdurare del valore legale del titolo di studio, all’aumento di disponibilità di sedi universitarie prevalentemente educative ed indifferenziate, prive di una forte vocazione per la ricerca ed alla durata abnorme degli studi universitari.
 
A dieci anni dal varo dell’autonomia didattica del sistema universitario, che ha introdotto il sistema a doppio ciclo (laurea breve e specialistica), si è recentemente pronunciata anche la Corte dei Conti (6), segnalando che “è possibile verificare che la riforma non ha prodotto i risultati attesi né in termini di aumento dei laureati né in termini di miglioramento della qualità dell’offerta formativa, avendo anzi generato un sistema incrementale di offerta con un’eccessiva frammentazione delle attività formative ed una moltiplicazione spesso non motivata dei corsi di studio.”
 
Le conseguenze più gravi delle insufficienze del sistema educativo ricadono sul Mezzogiorno dove il gap di qualità del capitale umano rispetto alle altre aree del Paese determina un consolidarsi del ritardo nello sviluppo che si autoalimenta grazie alle ridotte occasioni offerte dal sistema produttivo locale. Ma anche perché il meridione viene di fatto depauperato della propria dotazione di capitale umano a favore delle regioni centro-settentrionali che beneficiano ormai da oltre un decennio dalla ripresa delle migrazioni interne dal Sud verso il Nord. Secondo uno studio della Banca d’Italia (7) tra il 2000 e il 2005 sono emigrati oltre 80 mila laureati prevalentemente diretti verso le grandi aree metropolitane del Centro Nord come Roma, Bologna, Milano. A questo fenomeno occorre aggiungere il c.d. “pendolarismo di lungo raggio”, costituito da occupati in una località del Centro Nord lontana da quella di residenza che, nel solo anno 2007, sono stati circa 170 mila.
 
 
Saldo migratorio interno delle regioni – anni 2001-2005

  Saldo Migratorio Totale Saldo Migratorio dei laureati
Piemonte 0,0 -1,8
Valle d’Aosta 2,0 0,4
Lombardia 1,2 4,3
Trentino Alto-Adige 1,6 2,9
Veneto 1,3 0,0
Friuli Venezia-Giulia 2,6 2,4
Liguria 1,0 0,1
Emilia-Romagna 4,4 5,6
Toscana 2,3 3,1
Umbria 2,5 2,5
Marche 3,2 0,6
Lazio 0,5 5,1
Abruzzo 1,0 -1,0
Molise -0,4 -5,1
Campania -4,2 -7,9
Puglia -2,7 -9,3
Basilicata -3,1 -10,2
Calabria -4,3 -11,4
Sicilia -2,7 -4,6
Sardegna -0,5 -1,9

Fonte: Banca d’Italia

Nel suo recente intervento sulle questioni del Mezzogiorno, il Governatore della Banca d’Italia ha esortato le politiche regionali a migliorare la propria azione politica ed amministrativa ponendosi l’obiettivo di innalzare il capitale sociale meridionale e sviluppando così il livello di fiducia e di collaborazione tra cittadini e tra cittadini ed istituzioni; ha poi raccomandato che nel Sud si investi in applicazioni piuttosto che in sussidi, migliorando la qualità di tutti i servizi, per primi quelli scolastici, ed ha espresso,  infine, un monito: che il Mezzogiorno diventi questione nazionale.
 
Note

  1. Banca d’Italia – Il Mezzogiorno e la politica economica dell’Italia, intervento del Governatore Mario Draghi, Roma, novembre 2009;
  2. Thomson Reuters – National science indicators, Country Profile of Italy, 1998 – 2008; Science in Italy 2004-2008;
  3. Thomson Reuters – Global research report China – Research and collaboration in the new geography of science,  november 2009;
  4. Clive Cookson, China scientist lead world in research grown, nel Financial Times del 25 gennaio 2010;
  5. P. Cipollone e P. Sestito, Il capitale umano, Bologna, Il Mulino, 2010;
  6. Corte dei Conti – Referto sul sistema universitario, marzo 2010;
  7. Banca d’Italia – La mobilità del lavoro in Italia: nuove evidenze sulle dinamiche migratorie, Occasional papers n.61, gennaio 2010.

(questo post riproduce un mio contributo ad un Rapporto economico provinciale redatto nell’aprile 2010 e in corso di pubblicazione)

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