All'economia della Campania la speranza non serve

di dispersioni

rapporto bankitalia campania 2010
Lunedì 7 giugno, nell’antico complesso SS. Marcellino e Festo della Università Federico II, la Banca d’Italia ha presentato la Relazione sull’economia della Campania.
 
Puntuale alle 10,45, come da programma, il primo intervento del Vice Direttore Generale Bankitalia: una panoramica preoccupata (e preoccupante) su una economia regionale che stenta a progredire, che manifesta pesanti carenze strutturali, che viene duramente colpita dalla crisi economico-finanziaria ed i cui andamenti sono ormai peggiori rispetto a quelli dell’intero Mezzogiorno.
 
Sottolineo che la Banca d’Italia nelle analisi sull’economia meridionale, risulta particolarmente attenta ai fattori relativi alla carenza del capitale sociale, inteso come insieme di norme e regole condivise che facilitano la cooperazione tra i membri di una società, aspetto quest’ultimo generalmente poco studiato ed evidenziato, sul quale già il Governatore Draghi si è meritoriamente soffermato di recente.
 
La presenza di adeguati livelli di capitale sociale, come sottolineato dalla letteratura specialistica, costituisce una condizione o, meglio, una precondizione essenziale allo sviluppo economico e sociale e rappresenta un importante fattore esplicativo anche nell’analisi dei ritardi del Mezzogiorno (sul tema vedi questo mio post su due indicatori di capitale sociale >> qui).
 
Occorre però sottolineare che gli interventi che si sono susseguiti hanno spostato l’attenzione e l’analisi dall’economia alla società: le difficoltà in cui si dibatte la Campania smettono ormai di essere solo economiche (difficoltà a fare impresa, scarsa capacità produttiva, disoccupazione, inoccupazione, calo export, difficoltà nel credito, finanza pubblica insostenibile) e investono ormai tutti gli altri aspetti del vivere sociale.
 
Lo sfacelo colpisce ormai con evidenza le strutture economiche e politiche, il sistema delle imprese, la pubblica amministrazione, le condizioni materiali di vita, la sanità pubblica, la giustizia, l’ambiente ormai compromesso, la scuola, senza dimenticare la pesante cappa del crimine organizzato che soffoca ormai il mercato, le imprese e l’intera società civile.
 
L’intervento di Giovanni Iuzzolino, responsabile della divisione di ricerca economica della sede di Napoli della Banca d’Italia, è stato, al pari dello scorso anno, esemplare per essenzialità e chiarezza. In una dozzina di diapositive ha presentato i grafici giusti per capire quale sia la situazione e la collocazione nazionale ed internazionale dell’economia della Campania. In sintesi:

  • Nel 2009 il Pil campano è stato il più colpito d’Europa;
  • L’occupazione è anche la più bassa d’Europa e i tagli subiti dall’occupazione sono stati i più pesanti registrati;
  • Se si sommano disoccupati, lavoratori in CIG e lavoratori scoraggiati si giunge al 21% di disoccupazione;
  • In Campania lavorano solo 4 persone ogni 10 in età lavorativa;
  • In Campania lavorano solo 2 donne ogni 10 in età lavorativa;
  • Sui due aspetti precedenti è inutile trovare la scusa del lavoro nero, è stato calcolato che ogni punto in più di crescita del sommerso corrisponde automaticamente a due punti in meno del Pil;

 Le condizioni della finanza pubblica in Campania sono poi catastrofiche:

  • l’indebitamento della P.A. raggiunge il 13% del Pil regionale
  • la leva fiscale in Campania è la più elevata d’Italia ed ha raggiunto ormai i limiti massimi stabiliti;
  • la sanità campana è percepita a livelli di qualità bassissimi;
  • i costi procapite della sanità campana sono più alti del 9% di quelli nazionali. Si spendono più risorse per servizi peggiori;
  • Il deficit della sanità campana ha raggiunto livelli impressionanti: si parla di ben 800 milioni di euro nel solo anno 2009.

E’ seguito un interessante intervento del prof. Ennio Cascetta sulle infrastrutture di trasporto realizzate nel decennio in Campania dove sono stati spesi dieci miliardi euro in dieci anni con risultati contraddittori di impatto nello sviluppo economico della regione.
 
Hanno chiuso il convegno le relazioni su fare impresa in Campania di due imprenditori: Marco Zigon, presidente della Getra Group, che produce trasformatori elettrici in diversi stabilimenti in Campania, Italia e prossimamente in Cina, e Vincenzo Starace, amministratore delegato della Dema spa, una spin-off che realizza componenti e servizi aeronautici, con unità produttive oltre che in Campania, anche in Puglia, Emilia Romagna, in Canada e Tunisia.
 
I due interventi sono stati di interesse perché hanno evidenziato quali siano le difficoltà e le diseconomie che due imprese di rilievo, innovative, che fanno ricerca e di proiezione internazionale (cioè proprio quelle che servono e serviranno sempre più all’Italia per poter andare avanti) possano avere in una regione coma la Campania. Eccole sintetizzate dall’amministratore della Getra: 

  • Spese elevate da sostenere per la sicurezza degli impianti (nel senso di spese di sorveglianza ed altro);
  • Costi di insediamento troppo elevati rispetto ad altre regioni d’Italia (i suoli delle aree Asi hanno prezzi fuori mercato e sono impossibili da acquistare!);
  • Scarsa qualità della vita nella regione che disincentiva le maestranze specializzate a spostarsi in Campania;
  • Indotto locale limitato e scarsamente rispondente ai requisiti produttivi richiesti;
  • Qualità delle reti elettriche e delle telecomunicazioni molto inferiori nelle prestazioni rispetto ad altre parti del Paese;
  • Infrastrutture dei trasporti limitate nella qualità dei servizi; “la portualità non brilla in Campania” (riporto le parole esatte);
  • Pubblica amministrazione locale definita “un ginepraio in cui ci si muove con difficoltà” .

Devo dire, però, che alcune di queste diseconomie e difficoltà segnalate mi sembrano comuni a tutto il Paese. Comunque sono difficoltà che è opportuno tener presente e che sarebbe bene rimuovere.
 
Vincenzo Starace, amministratore delegato della Dema spa, ha invece evidenziato un aspetto interessante relativo alla finanza pubblica e alle politiche di agevolazioni per le imprese definite un ostacolo più che una opportunità per chi investe.
 
Infatti l’impresa, a fronte di investimenti da realizzare nel periodo 2004-2010 per 46 milioni di euro, ha ottenuto la liquidazione di solo 2,4 milioni di agevolazioni sugli 8,4 che gli erano stati riconosciuti. Questa ha così dovuto far fronte agli investimenti che doveva tempestivamente realizzare per poter rimanere competitiva nel proprio settore e mercato, rivolgendosi alle banche e al capitale proprio, sostenendo costi ed oneri aggiuntivi.
 
Mi sono chiesto come concludere questo sconsolante resoconto. Si può ancora sperare ed avere fiducia in un qualsivoglia cambiamento? Ha ancora un senso sperare? Mi soccorre una riflessione del filologo Cesare Segre che mi è capitato di leggere lo scorso sabato:
 
“Credo che le espressioni di fiducia siano fuori luogo, che la speranza serva solo a condurci meno amareggiati verso la dissoluzione o verso una palingenesi che non ha ancora nome”.
  

  • Il Rapporto dal sito della Banca d’Italia >> qui
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