La vicenda di Pomigliano ha per confini il mondo

di dispersioni

 
pomigliano
Preferisco non trattare questioni di attualità politica in questo mio blog. Mi interessano ben poco e mi  entusiasmano ancora di meno. Ma il martellamento mediatico che stiamo subendo sull’accordo fiat-sindacati circa il destino dello stabilimento di Pomigliano merita una riflessione che, credo, debba andare oltre il fatto di cronaca.
 
Colpito il Parlamento, ormai svuotato di funzioni, colpita la magistratura, in un sistema giudiziario che agonizza, colpita la libertà di espressione, colpito il pubblico impiego con le inutili norme Brunetta, restava da assestare una bella sciabolata al sindacato industriale.
 
L’accordo di Pomigliano rappresenta questa sciabolata storica finale. Con questo accordo (un vero diktat unilaterale) viene inferto un colpo durissimo a norme imperative di tutela del lavoro che sono inderogabili ed indisponibili: mano libera padronale in cambio di promesse ad investire e a mantenere i posti di lavoro.
 
L’articolo che di seguito riproduco è uscito ieri sul Corriere del Mezzogiorno. E’ una intervista al prof. Mario Rusciano che spiega, come nessuno ha spiegato fino ad oggi, cosa significa veramente quest’accordo (o meglio diktat). Conosco il prof. Rusciano, perchè ho studiato ai suoi corsi da giovane e per motivi politici e scientifici, e devo dire che l’ho sempre stimato per le competenze giuslavoristiche e per l’equilibrio, la chiarezza, la correttezza e la profonda  intelligenza delle sue analisi e riflessioni (e l’intervista senza dubbio lo testimonia).
 
A guardare, però, oltre alla mera questione dell’accordo, c’è da considerare non solo il prezioso contributo offerto dalla vicenda alla contrazione della democrazia e dei diritti dei lavoratori, ma anche la svolta storica che rappresenterà per l’intero sistema delle relazioni industriali nel nostro Paese, poiché è certo che qualsiasi imprenditore vorrà estendere anche alla propria impresa questo nuovo modello che si può sintetizzare nella formula meno diritti in cambio del mantenimento del posto di lavoro.
 
In Spagna il governo dell’ex socialista Zapatero va realizzando in questi giorni qualcosa di simile fluidificando le norme di salvaguardia del mercato del lavoro a svantaggio dei lavoratori ovviamente, in Europa tutti vanno in questa direzione ormai. Ma occorre chiedersi fino a quando e in cambio esattamente di cosa. Fino a quando Pomigliano potrà produrre automobili? Fino alla prossima crisi? L’auto ormai si compra solo per sostituire la precedente, il mercato è saturo, resta la Cina e l’India per espandersi (ma con quali spaventose conseguenze?) e poi non mi risulta che la Fiat è attiva laggiù salvo poca roba.
 
Voglio dire che l’accordo come concepito potrebbe veramente essere (teoricamente) valido solo se si presuppone una produzione di beni sempre illimitata in mercati in espansione ed infinita crescita nel futuro. Ma non mi pare che sia così, l’economia di mercato è per definizione (keynesiana) economia dell’incertezza e, oltretutto, ha dei limiti reali e inderogabili dettati dalle leggi della fisica e della termodinamica, cognizioni queste ultime normalmente sconosciute ad economisti, politici e sindacalisti; la maggior parte degli economisti è convinta «che, visto che la crescita ci ha portato tanto lontano, potremo andare avanti all’infinito».
 
Queste considerazioni mi ricordano le parole di Lanza Del Vasto che nel suo bellissimo libro Pellegrinaggio alle sorgenti, già negli anni ’30 del secolo scorso gettava uno sguardo diverso sui miti dell’economia industriale e della produzione infinita di beni:  

Se è vero che le macchine favoriscono il benessere, come mai là dove esse imperano cresce a dismisura la più sordida e sconsolata miseria? Come mai, se producono abbondanza, non riescono a dare la soddisfazione?”

e oltre aggiunge:

L’uomo rimanga più grande di ciò che produce, più prezioso di ciò che possiede”.
 
Per ora, comunque, dobbiamo fermarci alla cronaca e porci questa sola domanda: perchè e fino a quando si potrà cedere democrazia, stato sociale e diritti in cambio di posto di lavoro incerto, presunta tranquillità sociale e benessere fasullo?
 

  • Sul mito della crescita infinita si legga >> qui
     

la nuova panda a pomigliano
Dal Corriere del Mezzogiorno del 16 giugno 2010
 
Fiat, Rusciano: «Accordo? No, è un diktat»
 
L’atto unilaterale contiene deroghe a norme imperative e a forme di tutela che sono inderogabili. Il giuslavorista: se fosse impugnato, un giudice potrebbe annullarlo
 
«L’accordo proposto dalla Fiat per Pomigliano? Innanzi tutto non è un accordo. Perché se lo fosse presupporrebbe trattative, valutazioni e reciproche concessioni». Il giudizio di Mario Rusciano, giuslavorista dell’Università Federico II, è severo: «No, non è un accordo. Questo è un diktat, un atto unilaterale. O aderisci o no, e se non aderisci…».
La prima conseguenza, a quanto pare, è che la Fiat lascerà Pomigliano. Come giudica quest’atteggiamento dell’azienda?
«Naturalmente tutto questo mette in crisi relazioni industriali e relazioni sindacali. Per la stessa natura dell’atto. Non aderire a un accordo non comporterebbe le stesse conseguenze. Ma c’è un secondo aspetto anche più interessante. Questo atto unilaterale contiene deroghe a norme imperative, per esempio sullo sciopero, e su alcune forme di tutela di legge che sono inderogabili. Mette in discussione alcuni degli assi portanti del diritto del lavoro: a cominciare dalle garanzie costituzionali, a finire alle clausole dei contratti collettivi nazionali».
Si spieghi meglio.
«In realtà è molto discutibile dal punto di vista giuridico: c’è il serio rischio che, se qualcuno lo impugnasse, un giudice potrebbe dichiararlo nullo per contrasto, appunto, con norme inderogabili».
Eppure in altre aziende, magari dopo una trattativa, sono stati sottoscritti accordi analoghi.
«Ciò non toglie che un accordo del genere è comunque annullabile da parte di un giudice. Perché, ripeto, si toccano norme inderogabili e diritti indisponibili, dei quali cioè i lavoratori non possono disporre».
E allora che valore hanno gli accordi sottoscritti in quelle aziende?
«Se il datore di lavoro e i dipendenti li rispettano come gentlemen agreement non accade nulla. Ma se i lavoratori si rivolgessero al giudice, quest’ultimo non potrebbe che dichiararli nulli».
I punti contestati sono relativi al diritto di sciopero e alle malattie. Ma se un operaio si ammala, non è l’istituto di previdenza che lo paga?
«Dopo i primi giorni. Se ci si assenta spesso e per pochissimi giorni, però, si procura un danno considerevole all’azienda. A Pomigliano ci sono stati abusi e certi operai sono ben censurabili per questo. Ma l’azienda può utilizzare la normativa esistente per far valere il proprio diritto e punire i responsabili degli abusi. Nessuno dice che i lavoratori sono santi e i datori di lavoro diavoli. Poi c’è un aspetto politico».
Cioè?
«Il problema centrale è che nessuno potrebbe dire che a Napoli in questo momento ci si può permettere il lusso di rifiutare 700 milioni di investimento. Però è centrale anche il problema di un nuovo modello di relazioni industriali che si vuole far passare approfittando dello stato di necessità del contesto. Forse non si può neanche parlare di relazioni industriali, questa è la vecchia relazione tra datore e lavoratori».
Come se ne esce?
«Be’, anche la Fiat si prenderebbe una bella responsabilità se veramente decidesse di andare via. Sarebbe meglio attenuare i punti contestati, anche dal punto di vista giuridico. Per esempio, si potrebbe fare un accordo sperimentale che duri un anno, e poi andare oltre. E intanto verificare se è vero ciò che sostengono i lavoratori, per i quali si può produrre quello che la Fiat si aspetta senza ledere i loro diritti. Mi rendo conto, però, che a quel punto l’azienda avrebbe già fatto il suo investimento…».
Secondo lei non è possibile una mediazione?
«Toccherebbe ai pubblici poteri, per loro natura, ma in questo momento non so quanto sono disposti ad impegnarsi nella vicenda. Forse la Regione dovrebbe tentare. O il sottosegretario Cosentino. Se il Governo, ad esempio, facesse presente che ha concesso la cassa integrazione come voleva la Fiat e gli incentivi per l’auto, almeno potrebbe ottenere che non si inasprisca il conflitto. Personalmente non muoio di simpatia per la CGIL e la Fiom, ma è sbagliato fare relazioni industriali in questo modo e dividere il mondo sindacale».
 

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