Libro di candele – Mosche d’inverno di Eugenio Baroncelli

di dispersioni

Letto il primo si corre in libreria a comprare il secondo, è inevitabile. Le innumerevoli biografie raccolte da Eugenio Baroncelli ci raccontano che in fondo le cose che capitano a un uomo capitano a tutti, che ogni vita è un romanzo, che la letteratura è menzogna e che tutti corriamo a morire. Ma nonostante queste certezze, delle quali tutti siamo in qualche misura consapevoli, le vite e le morti di tanti personaggi conosciuti o sconosciuti che Baroncelli ha avuto la pazienza e l’abilità di raccontarci, sottraendole così all’inevitabile oblio, non smettono mai di meravigliare ed incuriosire il lettore.
 
Il primo volume, Libro di candele, 267 vite in due o tre pose, deve il titolo a questi versi del poeta Konstantinos Kavafis, posti in apertura del libro:
 
“Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte”
 
Il secondo, Mosche d’inverno, 271 morti in due o tre pose, richiama espressamente l’idea di quelle mosche che, con l’approssimarsi del gelo, vediamo via via sparire, e Baroncelli le vite e le morti che condensa in poche righe, le classifica proprio come farebbe un entomologo, sistemandole diligentemente per causa diretta o indiretta di dipartita, una dietro l’altra: ci sono, così, coloro che sono cari agli dèi, i cuori infranti, coloro morti non si sa bene di cosa, quelli uccisi dal freddo, dalla gioia, dalla spada, dal tabacco, dall’acqua, dal fuoco ed altro ancora.

Le sorprese non si contano nella lettura di tante microbiografie, tra le tante segnalo quella di Imre Nagy, il presidente ungherese che capeggiò la sfortunata rivolta del 1956 contro l’URSS, sul quale si scopre che il 6 luglio del 1918 era stato una delle dodici guardie rosse, giovani ferventi comunisti, che finirono a fucilate la famiglia Romanov sfigurandone poi i volti.
 
Non si contano neppure i numerosi aforismi e le citazioni che accompagnano tante vite e tante morti, parole che sorprendono e fanno pensare, e che comunque richiedono una lettura accompagnata da una buona matita della quale il lettore farà largo uso. Queste parole dell’abate Galiani meritano proprio di essere riportate:
 
“Si ha un bel fare gli scontrosi di fronte al destino. Moriamo, noi e le nostre fisionomie e i nostri frizzi, e il nostro ricordo”.
 
E meritano una lettura assaggio anche le quattro righe, una sorta di epitaffio, che Baroncelli dedica ad Alfonso V di Aragona:
 
“Napoli, 27 giugno 1458. Muore la sera di sessantadue anni. Bruciare legna vecchia, avere vecchi amici, bere vino vecchio e leggere vecchi libri. Goduti i quattro piaceri della vita, oggi assapora il quinto”

Una sola vita, tra le tante, è stata narrata due volte da Baroncelli, ed è quella che più mi ha colpito: Archibald Alexander Leach, ovvero l’attore anglo-americano Cary Grant (pag. 67 e pag. 280 del Libro di candele) un uomo che ha vissuto due vite ma che viene riconosciuto dalla propria madre solo per quella immaginaria.
 
Inevitabile dover leggere questi due libri ed inevitabile è riflettere anche sulla propria vita e su quello sarà l’inevitabile destino che tutti accomuna. Ci ho pensato e mi piace riconoscermi in questi suggestivi versi del poeta peruviano César Vallejo:
 
“Morirò a Parigi mentre fuori piove
in un giorno del quale ho già memoria”
 
Versi che così suonano in lengua castellana:

“Me moriré en París con aguacero,
un día del cual tengo ya el recuerdo.
Me moriré en París -y no me corro-
tal vez un jueves, como es hoy, de otoño.
Jueves será, porque hoy, jueves, que proso
estos versos, los húmeros me he puesto
a la mala y, jamás como hoy, me he vuelto,
con todo mi camino, a verme solo.”

César Vallejo è morto a Parigi, il 15 aprile del 1938, e riposa al cimitero di Montparnasse.

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