Le mie prigioni del piissimo Silvio Pellico

di dispersioni

In un recente ed imperdibile articolo sui libri pericolosi e malvagi, Claudio Magris ci ricorda che “il venerato Maroncelli immortalato nelle Mie prigioni del piissimo Silvio Pellico” ebbe una sua opera messa all’Indice dalle autorità ecclesiastiche dell’epoca.
 
Magris non dice quale sia questo libro del buon Pietro Maroncelli che ha meritato la messa all’Indice, ma chi ha letto Le mie prigioni e, in particolare, i dodici Capitoli aggiunti posti in fondo al volume, sa bene che quest’opera si intitola Le addizioni, una serie di considerazioni all’edizione francese delle Prigioni di Silvio Pellico.
 
Nel nono dei Capitoli aggiunti, Pellico scrive:

Silvio Pellico

“I vantaggi che mi derivarono dal libro delle Mie Prigioni non poterono essermi perdonati dalla malevolenza; ma io giunsi a non più infliggermi di queste ignobili inimicizie. Diverse cose concorsero ancora a recarmi dispiacere, e furono fra queste le Addizioni che fece alle Mie Prigioni l’infelice Piero Maroncelli, amico mio, che allora era a Parigi. Egli certamente non può avere avuto l’intenzione di nuocermi e d’offendermi pur lievemente, chè n’era incapace; pure nelle sue Addizioni gli sfuggirono alcune sentenze che provocarono contro il suo libro la censura ecclesiastica, e questo libro fu posto all’Indice. I miei nemici ne trassero un grande argomento per infierire contro di me.”
 
A quanto pare la pubblicazione de Le mie prigioni sollevò un vespaio di polemiche tra i già litigiosi patrioti dell’epoca, che videro nel libro di Pellico non certo un monumento al sacrificio, alla lotta e alla redenzione della patria italiana, ma solo un libro espressione di grande e purissimo cattolicesimo, dove addirittura poi, la parola Patria o riferimenti alla lotta di liberazione non si trovano da nessuna parte, e dove anzi, appena possibile, si fraternizza con i carcerieri austriaci e si perdona cristianamente il male fatto.
 
Non solo, nei Capitoli aggiunti il Pellico rincara la dose e precisa che le Prigioni sono una testimonianza alla religione, proclama la sua aperta riprovazione di ogni guerra civile, la repulsione verso “le imprese della violenza” e chiarisce di essere convinto che mai si sarebbe dovuto abbattere un potere costituito, ma che solo agendo secondo i principi del cristianesimo si sarebbe lottato contro l’ingiustizia e per il bene pubblico.
 
Certamente un libro del genere non serviva molto agli sparuti intellettuali, rivoluzionari e liberali che a vario titolo animarono il nostro Risorgimento i quali, per sola fortuna dell’Unità d’Italia, decisero di non tener conto dei cattolicissimi precetti predicati da Silvio Pellico.

Tornando al buon Maroncelli, riporto qui il famoso brano delle Mie prigioni, che merita di essere letto, con il racconto della gamba amputata allo Spielberg e della rosa donata al vecchio chirurgo,.
 
 La rosa di Pietro Maroncelli
 
Il malato fu seduto sulla sponda del letto colle gambe giù: io lo tenea fra le mie braccia. Al di sopra del ginocchio, dove la coscia cominciava ad esser sana, fu stretto un legaccio, segno del giro che dovea fare il coltello. Il vecchio chirurgo tagliò tutto intorno, la profondità d’un dito; poi tirò in su la pelle tagliata, e continuò il taglio sui muscoli scorticati. Il sangue fluiva a torrenti dalle arterie, ma queste vennero tosto legate con filo di seta. Per ultimo, si segò l’osso.
Maroncelli non mise un grido. Quando vide che gli portavano via la gamba tagliata, le diede un’occhiata di compassione, poi, voltosi al chirurgo operatore, gli disse:
“Ella m’ha liberato d’un nemico, e non ho modo di rimunerarnela.”
V’era in un bicchiere sopra la finestra una rosa.
“Ti prego di portarmi quella rosa” mi disse.
Gliela portai. Ed ei l’offerse al vecchio chirurgo, dicendogli:
“Non ho altro a presentarle in testimonianza della mia gratitudine.”
Quegli prese la rosa, e pianse. (dal cap. 87)
 

Piero Maroncelli

Una breve nota biografica: Maroncelli ha avuto una vita molto più interessante di quella di Pellico, liberato come il suo amico nel 1830,  riparò prima a Parigi, dove aderì al socialismo utopico di Fourier, e poi se ne andò a New York, dove morì nel 1846 cieco e pazzo (fonte: la Garzantina di letteratura; sì, io la uso ancora, e allora?).
Sembra poi che Maroncelli a New York, dove insegnava musica, sia stato amico di Lorenzo Da Ponte e di Edgar Allan Poe e che abbia posseduto la più ricca biblioteca della città che, dopo la sua morte, è andata rovinosamente dispersa (fonte: internet, va meglio?).
 
Nota di lettura: Le mie prigioni, del piissimo Silvio Pellico è un buon libro da viaggio o da metrò (io l’ho letto nell’edizione mini della Peruzzo tutto e solo in metrò), infatti il testo è ripartito in novantanove capitoletti, ciascuno dei quali non supera le cinque-sei paginette, che favoriscono una ottima gestione della lettura. E’ poi un testo composto in un pregevole e piacevole italiano antico ed è, senza dubbio, una lettura edificante non priva di passi di rilievo e di belle osservazioni.
 
 
– L’articolo I libri pericolosi fanno bene di Claudio Magris è uscito sul Corriere della Sera del 18 luglio scorso >> leggi qui

 
 

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