Verso la montagna sacra. Il monte Kailash di Colin Thubron

di dispersioni

verso la montagna sacra
Dopo Santiago di Compostella ci sono tre luoghi sacri verso i quali sento un fortissimo richiamo e che vorrei raggiungere in pellegrinaggio: Gerusalemme, la città d’oro, di rame e di luce dove la terra incontra il cielo; Benares, la città sospesa tra la vita e la morte, e il monte Kailash, la scala celeste che sull’Himalaya collega il paradiso alla terra.
 
Da anni raccolgo libri e documentazione che alimentano il progetto, il sogno, il desiderio e la ricerca di un senso profondo del pellegrinaggio verso queste tre mete della spiritualità universale.
 
Nella mia biblioteca su questi tre luoghi sorgenti dell’Essere, ho aggiunto in questi giorni il volume Verso la montagna sacra dello scrittore di viaggi inglese Colin Thubron (ed. Ponte alle Grazie), il suggestivo racconto di un pellegrinaggio compiuto in Tibet fino al monte Kailash.
 
Il Kailash è la montagna più sacra della terra, è sacra per i buddisti, per gli induisti, per i quali ospita sulla cima il trono di Siva dove la divinità siede in perpetua meditazione, per i gianisti e per i protobuddisti tibetani Bon, ed è da secoli e secoli oggetto di un duro e pericoloso pellegrinaggio realizzato da sempre in condizioni ambientali e naturali estreme e difficilissime.
 
La sacralità dei luoghi è raccontata da una tradizione millenaria secondo la quale la montagna “giunse in volo in Tibet da una terra sconosciuta e qui fu fissata al suo posto con bandiere di preghiera e catene prima che i demoni la trascinassero sottoterra. Poi – racconta Colin Thubron – per impedire che gli dèi celesti la sollevassero riportandola al luogo da cui proveniva, il Buddha la inchiodò con quattro delle sue impronte.”
 

kailash

il monte Kailash
 

Colin Thubron with sherpa Iswor

Colin Thubron con lo sherpa Iswor

Ma l'altra straordinaria caratteristica di questa montagna è che su ciascuno dei suoi punti cardinali hanno origine i quattro fiumi sacri indiani: l’Indo a nord, il Gange a sud, il Sutlej ad ovest e il Brahmaputra ad est. Il monte Kailash, dal quale prendono origine le sorgenti che danno vita al mondo, è quindi al centro, nel cuore del mondo, sull’Himalaya, l'altipiano definito lo sforzo supremo della terra per raggiungere l’infinito della volta celeste.
 
Colin Thubron compie il pellegrinaggio al monte Kailash spinto dall’esigenza di segnare un momento particolare della sua vita dopo la morte della madre, e il libro è un diario di viaggio documentato, preciso, attento, dove i racconti degli uomini incontrati, dei pellegrini, dei pastori, dei religiosi e dei maestosi paesaggi dell’Himalaya, oltre che delle fatiche e difficoltà del viaggio, ci restituiscono una esperienza e una testimonianza autentica sulla sacralità di questi luoghi lontani e sullo stupore che provocano negli uomini.

Colin Thubron in Tibet

Colin Thubron in Tibet

 

 
Stupore e meraviglia che accomuna tutti coloro che per la prima volta vedono il monte Kailash. Colin Thubron racconta nel suo libro:
 
“E nella limpida quiete in alto sopra di noi, fluttuante su rilievi pedemontani così sbiaditi da farlo apparire isolato nel cielo, risplende il cono del Kailash. In quest’istante mozzafiato, i pellegrini scoppiano in pianti e preghiere. Persino i nostri trekker consumati scendono dai Land Cruiser per ammirare lo spettacolo. Sembrano non esserci altri colori al mondo se non il marrone essenziale della terra, il bianco della neve e la lucentezza del cielo riflesso. Tutto il resto è evaporato (…) Siamo entrati nella terra santa.”
 
La stessa meraviglia è raccontata dal grande orientalista e viaggiatore Giuseppe Tucci (1894 – 1984) in un articolo dove descrive con queste parole il suo suggestivo  incontro con il Kailash:
 
“…io di montagne ne ho viste e ne ho scalate tante, che debbo essere creduto quando affermo che il Kailash esercita su chi lo vede per la prima volta profilarsi all'orizzonte un'impressione di superba bellezza che non si può dimenticare. E si comprende che i pellegrini indiani, che affluivano dalle pianure attraverso le aspre giogaie himalayane, piegassero le ginocchia alla prima vista di questa montagna e la celebrassero come dimora dei loro dei.” (da Il paese delle donne dai molti mariti)

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