La vita agra di Luciano Bianciardi

di dispersioni

Si resta colpiti dalla lettura de La vita agra di Luciano Bianciardi. Una lucida e ironica spietatezza investe il lettore. L’Italia del boom economico, vista da Bianciardi, mostra il rovescio della eccitante crescita del Pil: una realtà inumana ed odiosa di cui oggi possiamo scorgerne appieno, con certezza, tutti gli ignobili contorni, e rifiutarli. Il libro è uno sguardo acuto, ostile e impietoso sulla vita della grande metropoli, sul consumismo forzato fatto di automobili, traffico, elettrodomestici, supermercati e sull’inesorabile frutto del deterioramento dei rapporti umani: la solitudine.
 
L’approdo dell’io narrante dal paesino toscano alla metropoli, è dovuto ad una missione ben precisa: far saltare in aria il grattacielo (il torracchione) sede della direzione generale della miniera di lignite dove quarantatre minatori hanno trovato la morte. Morti celebrate prontamente ed altrettanto rapidamente dimenticate, si smette presto di far notizia.
 
Ma il protagonista non attuerà mai i suoi propositi di vendetta, si arrenderà, sarà fagocitato dal sonno della metropoli, dal lavoro, dalla fatica del sopravvivere giorno per giorno; e poi c’è Anna, conosciuta ad una manifestazione, con cui intraprenderà una relazione esclusiva, protettiva; insieme affronteranno la vita agra e la solitudine della grande città.
 
La lingua agra e i tagli della carne

Ho trovato molto interessante lo stile linguistico di Bianciardi, agile, netto, diretto, dove si ritrovano bei termini ed espressioni toscane come le donnette inteccherite, le dita delle cassiere che saltabeccano, il bottegone (il supermercato), gli emitori, il tafanare, lo scialbare una stanza, essere teletafanato e l’appropriatissima espressione bozzo della pastasciutta sullo stomaco.

Bella la proposta “di fissare per legge come si chiamano, in Italia e con un nome solo, i vari tagli della vitella, il lombo, la fesa, che non avevo mai sentito prima d’ora, la fesa francese, la piccata, la paillard, il portafoglio d’Attilio, l’ossobuco, il controfiletto, il nodino, il biancostato e il manganello”.
 
La politica, la classe operaia e il Partito d’Azione

Nel 1945 Bianciardi si iscrisse al Partito d’Azione e rimase profondamente deluso dalla fine dell’esperienza azionista sulla quale scrisse: “mi ero iscritto al partito d’azione, il quale partito non è facile ora dire che cosa sia stato, anche perché fu molte, troppe cose. Mi pare però di poter dire che fu un altro tentativo di governo (l’ultimo?) della piccola borghesia intellettuale”.
 
Nella Vita agra il protagonista cerca di conoscere la classe operaia nella metropoli, non riuscirà a trovarla, proprio come accadde agli azionisti: “Nemmeno ci rassegnavamo all’impossibilità di serbare i contatti con la classe operaia, che aveva orari sfasati rispetto ai nostri, giungeva alle sei del mattino coi treni del sonno e ripartiva alle sei del pomeriggio, oppure, terminato il lavoro, rincasava in fretta per travestirsi da ceto medio e andarsene al cinema o al bar”.
 
Il rapporto di Bianciardi con la politica è comunque complesso e per molti versi nel libro anticipa con sconcertante lucidità tematiche oggi rivelatesi attuali, come la decrescita economica, la lotta al consumismo fine a se stesso e l’economia del dono. “Vado elaborando le linee teoriche di questo mio neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio, io debbo difendermi per sopravvivere” dirà con sarcasmo, ad un certo punto, il protagonista.
 
Colme di ironia (o di scherno?) le pagine sulla ricerca del responsabile della cellula del partito comunista nella metropoli, si scoprirà essere un toelettatore di cani di lusso che, con solerzia burocratica, preciserà ad Anna che per iscriverla occorre compilare dei moduli ed aspettare l’esito delle informazioni (ma quali informazioni??).

L’autobiografia

C’è molto della vita di Bianciardi nella Vita agra, il lavoro di traduttore, il licenziamento dalla casa editrice, la conoscenza del lavoro in miniera (il libro-inchiesta sui minatori in Maremma), un profondo senso di inadeguatezza che lo accompagnò per tutta la vita fino alla morte prematura e che traspare in tutto il libro, così come una forte misantropia e un sentimento di stanchezza, rassegnazione di fronte ad un mondo difficile da capire a cui però occorre opporsi fino a quando non  subentra la sonnolenza: “non sono mai riuscito a riposarmi davvero. La prima mezzora pare che tutto funzioni: sento i polpacci che mi si fanno piombo, le spalle che si allentano, gli omoioidei (*) che si decontraggono, la testa che si vuota, sento che il sonno arriva come una piega di velluto nero. Ma dura poco: verso le quattro il rumore della città ricomincia a mordere (…) Poi il sonno è già arrivato e per sei ore non ci sono più”.

(*) muscoli che si trovano sopra le clavicole

Il film

Nel 1964 il regista Carlo Lizzani ricava un film dal libro. L’ho visto di recente su Sky, è un film inutile e approssimativo, prende solo a pretesto il libro e solo a tratti rende giustizia al racconto. Incomprensibile l’interpretazione di Togniazzi, interessante ed appropriata, invece, quella di Giovanna Ralli nella parte di Anna. 
 
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Ripropongo questo mio post già pubblicato il 28 luglio 2008 su La vita agra di Luciano Bianciardi, un attualissimo piccolo, sfortunato e troppo spesso dimenticato capolavoro della letteratura nazionale.

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