Titanic Europa di Vladimiro Giacchè. L’irresistibile potere dell’ideologia

di dispersioni

“L’austerità di fronte a un’economia già depressa è una follia criminale”. Paul Krugman, economista e premio Nobel, pochi giorni fa dal suo blog, ammonisce con queste parole i governi europei. Il tono è quello di un appello disperato e destinato a rimanere inascoltato.

Tutti gli stati europei ormai hanno adottato politiche restrittive fatte di tagli al welfare, al costo del lavoro e alla spesa pubblica, considerate misure inevitabili e assolutamente necessarie ad innescare la ripresa economica.

Ma è certo che sommando recessione, disoccupazione, tagli e riduzione del reddito nazionale e quindi dei consumi, si possa uscire dalla crisi? O semplicemente così si imbocca la strada della stagnazione e della deflazione, aggravando deficit e dimensioni del debito pubblico, accelerando i problemi dell’euro, con i disastri monetari e sociali che ne deriverebbero?

L’utilissimo, attuale e documentato volume di Vladimiro Giacchè, intitolato Titanic Europa, la crisi che non ci hanno raccontato (Aliberti editore), da pochi giorni in libreria, fornisce una duplice risposta a questi interrogativi. Innanzitutto ricostruisce compiutamente i fatti e le dinamiche della crisi, anche i più recenti, chiarendo che, nonostante le spiegazioni prevalenti,  non si tratta di una semplice crisi finanziaria che ha contagiato l’economia reale e che non è neppure una crisi che nasce dal debito pubblico degli stati.

Illuminanti, nella ricostruzione delle responsabilità degli organismi comunitari, le pagine dedicate dal volume alle conseguenze del patto di stabilità dell’Unione Europea del marzo 2011, incredibilmente e colpevolmente sottoscritto dal governo Berlusconi, che imponendo criteri stringenti non più solo sul deficit ma anche sul bilancio ha provocato gli attacchi speculativi ai titoli del debito pubblico di diversi Paesi europei, e il nostro in primo luogo, peggiorando ulteriormente e forse irrimediabilmente la crisi.

In secondo luogo il libro, che si legge come un racconto appassionante, propone una attenta lettura della crisi demistificando e confutando luoghi comuni, rigettando tesi liberiste vuote e confuse ossessivamente riproposte da giornali e televisione da politici, giornalisti, opinionisti ed ormai acriticamente condivise da tutti.

In breve Vladimiro Giacchè, con solide ed acute argomentazioni, prova a smontare abilmente la pericolosissima ideologia della crisi, ovvero il potere materiale dell’ideologia o anche capitalismo culturale come lo chiamerebbe il bravissimo filosofo Slavoj Zizek che, sono certo, non è sconosciuto all’autore di Titanic Europa.

"Andiamo nella buona direzione! Andiamo nella buona direzione! Andiamo nella buona..."

Tale ideologia della crisi, per capirci, è alla base di convinzioni secondo le quali l’origine della crisi fiscale dello stato e del suo debito insostenibile è nel sistema pensionistico, negli ammortizzatori sociali, nella spesa sanitaria e per l’istruzione, giù giù arrivando fino alle caciare liberiste sull’art.18, e non certamente nell’assenza di politiche economiche e fiscali orientate alla crescita, nella anarchia della finanza e del credito dovuta al liberismo degli anni ’80 e ’90, nella finanziarizzazione e deindustrializzazione dell’economia, nella mancata convergenza di politiche fiscali europee.

Titanic Europa alterna il recupero di analisi marxiane (ancora utili a quanto pare) all’indicazione di  soluzioni di tipo keynesiano basate sulla ripresa e qualificazione dell’intervento dello stato nell’economia e sul sostegno della spesa pubblica di investimento in infrastrutture utili allo sviluppo.

Le analisi proposte da questo intelligente libro, unitamente alle interessanti metodologie di approccio e alle indicazioni che emergono, potrebbero essere di grande utilità quale contributo alla definizione di una proposta e di una strategia di iniziativa politica della sinistra capace di opporsi e di ribellarsi ai disastri di un capitalismo postindustriale lanciato ormai verso la catastrofe.

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