L’arte di andare a passeggio di Franz Hessel

di dispersioni

Secondo un prezioso aforisma dello scrittore colombiano Nicolás Gómez Dávila “la cultura dell’individuo è la somma degli oggetti intellettuali o artistici che gli procurano piacere”, un piacere, io aggiungerei, tanto più elevato se assolutamente gratuito e privo di scopo.

La flânerie (*), l’arte di andare a passeggio, che con il mio grand ami Paolo pratichiamo insieme da trent’anni nella nostra “città paranoica” (come l’ha definita Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo), è un oggetto intellettuale, una pratica incantevole, indefinita e senza meta, priva di una ragione precisa, un passatempo che costituisce un vero piacere gratuito e senza scopo.

Devo proprio a Paolo, che me lo ha segnalato, la scoperta del sorprendente libro L’arte di andare a passeggio (Elliot editore), dove sono raccolti una serie di straordinariamente leggeri e piacevolissimi racconti di Franz Hessel (1880 – 1941), due dei quali, bellissimi, Diario parigino e l’altro che dà il titolo al volume, dedicati proprio alla rappresentazione, descrizione, codificazione e canonizzazione dell’arte e della cultura della flânerie.

Franz Hessel

Franz Hessel, che è stato un giornalista, un instancabile flâneur berlinese, oltre che un grande amante della letteratura francese e, ovviamente, della città di Parigi, luogo dove, come sappiamo, la flânerie si pratica nelle sue forme più elevate, è il padre del più universalmente conosciuto Stéphan Hessel, l’autore del fortunatissimo panphlet Indignatevi!

“In ciascuno di noi vive segretamente un fannullone che vuole di tanto in tanto dimenticare i noiosi obiettivi per cui si muove, e vuole invece muoversi senza una ragione precisa.” scrive tra l’altro Franz Hessel nel brevissimo saggio intitolato proprio L’arte di andare a passeggio, pagine che contengono sicuramente la più esatta e completa descrizione che mi sia capitato di leggere e, forse, la migliore mai apparsa, sul significato, il valore e l’essenza della flânerie, pagine che, sia io che Paolo, sentiamo di condividere in toto e nelle quali ci siamo riconosciuti con entusiasmo.

Lo scrittore colombiano Nicolás Gómez Dávila

Flânerie che Eva Banchelli, nell’utile e meritoria introduzione al volume, definisce ed interpreta giustamente, nelle sue radici filosofiche e nella sua pratica politica, quale “una risposta della forma al dilagare irresistibile della civiltà di massa, un tentativo in extremis di riappropriazione estetica della vita moderna”.

Gómez Dávila, grandissimo biblioflâneur dalle sconfinate letture e autore di un’unica opera, ha affermato che “il lettore intelligente è quello che cerca nella lettura il suo piacere e solo il suo piacere”.

E’ in nome della ricerca del piacere del testo che, desiderando onorare l’intelligenza di chi mi legge,  devo necessariamente proporre di affiancare il libro di Franz Hessel ad un piccolo capolavoro, che è pura celebrazione letteraria dell’idea alta e nobile del passeggiare: il racconto poetico La passeggiata, dello scrittore svizzero di lingua tedesca Robert Walser.

Per Robert Walser “ogni passeggiata è piena di incontri, di cose che meritano d’esser viste, sentite. Di figure, di poesie viventi, di oggetti attraenti, di bellezze naturali brulica letteralmente, per solito, ogni piacevole passeggiata, sia pur breve.”

Non mi soffermo oltre su questo breve libro, se non per dichiarare che La passeggiata è un testo letterario essenziale, de cabecera, che è dovere del flâneur possedere e leggere.

Concludo ricordando la figura di uno dei più grandi flâneur e viaggiatori della prima metà del secolo scorso, lo scrittore, bibliofilo e collezionista di autografi Stefan Zweig, alle cui opere da mesi mi dedico con passione.

A Parigi, città che ha frequentato per lunghi periodi durante tutta la sua vita, Zweig amava trascorrere le sue tranquille giornate passeggiando spesso da solo per le strade senza meta e girando per librerie di libri nuovi e antichi, sfuggendo così volentieri ai suoi numerosi impegni (Zweig era uno scrittore famosissimo e tra i più letti): “Quello che più mi piace qui è flâner dans les rues, bouquiner” scriveva nel 1924 alla moglie Friederike.

Flâner, bouquiner, quale binomio indissolubile!

L’arte della flânerie giunge al suo più alto compimento se esercitata nell’occasionale visita a librerie e bancarelle de bouquin, dove il flâneur, scorrendo con sguardo esperto le schiere di libri, non cerca nulla ma si abbandona alla gioia della sorpresa e dell’inaspettato emergere di un volume lungamente desiderato o semplicemente curioso, mentre, tutt’intorno a lui, il tempo per incanto si dilata fino a sospendersi.

Stefan Zweig a New York nel maggio 1941

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(*) Nota. Secondo il Micro Robert, Dictionnaire du français primordiale, il verbo flâner (dal quale derivano flâneur e quindi flânerie, parola in uso dal XIX secolo) indica: se promener sans hâte, en s’abandonnant à l’impressiòn  et au spectacle du moment. Il Dictionnaire étymologique et historique de la langue français (Baumgartner – Ménard) riporta che l’origine della parola flâner è normanna e risale al sec. XVII dal termine scandinavo flana, che significa “aller çà e là”.

  • Propongo la lettura di un recente ed interessate articolo di Evgeny Morozov, uscito sulla rivista Internazionale (n.936 del febbraio 2012) dal titolo La fine del ciberflâneur. Si tratta di una serie di acute osservazioni sulla sempre più difficile pratica della flânerie nel web, che riprendono proficuamente anche la visione della pratica dell’arte di andare a passeggio secondo Franz Hessel  >> qui
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