Con Vittorio Alfieri a Badajoz e Lisbona

di dispersioni


“Il Saul era il mio personaggio più caro, perché in esso vi è di tutto, di tutto assolutamente”
scrive Vittorio Alfieri nella sua Vita. Ebbene è stata proprio una edizione scolastica del Saul a rendermi insopportabile Alfieri in terza liceo. Ricordo ancora la copertina triste di quel volumetto e la lunga ossessione del nostro prof perché leggessimo e commentassimo quei versi astrusi e faticosi da intendere.

Se prima del Saul il nostro prof ci avesse (furbamente) messo in mano la Vita di Vittorio Alfieri scritta da esso, magari anticipandoci qualcosa della vita interessante e avventurosa di questo scrittore italianizzatosi, le cose sarebbero andate diversamente e nessuno si sarebbe sottratto all’ammirazione per Alfieri.

Come non appassionarsi alla Vita di Alfieri? Vittorio Alfieri è stato un uomo di indole irrequieta, amante della libertà, studioso autodidatta, viaggiatore frenetico, che racconta di aver dedicato la propria vita a tre grandi passioni: la poesia, i cavalli e l’amore.  E per queste passioni ha compiuto spesso follie.

Quella che più mi ha colpito è una prodezza davvero incredibile considerata l’epoca: nel 1774 Alfieri – che aveva 26 anni – va a Londra, acquista 14 cavalli di razza e, in circostanze a dir poco avventurose, attraversa mezza Europa per portarseli sani e salvi fino a casa sua in Toscana!

Tra i tanti viaggi di Alfieri, sempre realizzati in circostanze avventurosissime, uno ha avuto come destinazione l’Extremadura e Lisbona.

Badajoz alla fine del XVIII secolo. Così la città dell’Extremdura è apparsa a Vittorio Alfieri nel dicembre 1770 durante il suo viaggio verso Lisbona

Nel 1770 il giovanissimo Alfieri ha viaggiato attraverso Olanda,  Francia, l’intera Spagna proseguendo fino a Badajoz in Extremadura, diretto a Lisbona. Il racconto di questo viaggio, veramente duro e difficile, è nel capitolo duodecimo della Terza epoca della Vita:

“Lasciai dunque Madrid verso i primi di dicembre, e per Toledo, e Badaioz, mi avviai a passo a passo verso Lisbona, dove, dopo circa venti giorni di viaggio arrivai alla vigilia di Natale.”

Sulla città di Lisbona, che nel novembre 1755 aveva subito il grande terremoto, Alfieri scrive:

“Lo spettacolo di quella città, la quale a chi vi approda, come io, da oltre il Tago, si presenta in aspetto teatrale e magnifico quasi quanto quello di Genova, con maggiore estensione e varietà, mi rapí veramente, massimamente in una certa distanza. La maraviglia poi e il diletto andavano scemando all’approssimar della ripa, e intieramente poi mi si trasmutavano in oggetto di tristezza e squallore allo sbarcare fra certe strade, intere isole di muriccie avanzi del terremoto, accatastate e spartite allineate a guisa di isole di abitati edifizi. E di cotali strade se ne vedevano ancora moltissime nella parte bassa della città, benché fossero già oramai trascorsi quindici anni dopo quella funesta catastrofe.”

A Lisbona l’Alfieri racconta di aver conosciuto quello che sarà il suo più grande amico, l’abate Tommaso Caluso, definito “un Montaigne vivo”:

“Quel mio breve soggiorno in Lisbona di circa cinque settimane, sarà per me un’epoca sempre memorabile e cara, per avervi io imparato a conoscere l’abate Tommaso di Caluso, fratello minore del conte Valperga di Masino allora nostro ministro in Portogallo.”

Non mi dilungo nel raccontare altri episodi e avventure dalla Vita di Alfieri (che meriterebbe uno sceneggiato tv in più puntate) ma rinvio al libro che è una bella ed utile lettura.

E’ proprio vero quanto hanno affermato Fruttero e Lucentini: un italiano che non  legge Alfieri è scemo.

  • i miei post sull’Estremadura >> qui  e Lisbona >> qui
  • il post del blog  nonsoloproust che mi ha suggerito questa lettura  >> qui 
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