L’ambaradan delle quisquiglie di Francesco M. Cataluccio

di dispersioni


Secondo Raffaele La Capria, la forza della tradizione letteraria italiana è fondata su scrittori e su saggisti-scrittori piuttosto che su romanzieri. A sostegno di questa acuta asserzione, La Capria fornisce un elenco davvero imponente: Machiavelli, Guicciardini, Cellini, Vico, Casanova, Alfieri, Leopardi, seguiti nel novecento da Papini, Prezzolini, Savinio, Comisso, Flaiano, Manganelli, Pasolini, ma anche da Croce, Praz, Macchia, Garboli, Zolla e, giungendo ai giorni nostri, Citati, Calasso, Magris; e la lista – che include lo stesso autore di Ferito a morte – potrebbe continuare ancora.  

Per La Capria “gli scrittori che parlano di sé e dicono la loro opinione sul mondo, inventandosi una scrittura e una sintassi che corrisponde alla loro voce, all’intonazione ora ironica, ora critica, ora appassionata, ora sarcastica della loro voce, sono tanti, e hanno dato un’impronta molto forte alla nostra letteratura, non inferiore certo e forse più determinante di quella dei romanzieri.”

La Capria osserva poi che “quando si leggono i libri di questi scrittori si ha la sensazione che i confini tra il romanzo e il saggio si confondano e scompaiano” e conclude riconoscendo che “l’importante è la forza creatrice del testo e non il genere” (da: Il sentimento della letteratura, Mondadori, 1997, pagg. 44 – 45).

Questa premessa mi è necessaria ed utile per introdurre qualche considerazione sul libro L’ambaradan delle quisquiglie e sul suo interessante autore, Francesco M. Cataluccio.

Con L’ambaradan delle quisquiglie sono alla terza lettura di libri di Cataluccio – tutti pubblicati nella collana Memorie della Sellerio – iniziata con il sorprendente Vado a vedere se di là è meglio e proseguita con il pregevole Chernobyl, uscito in libreria lo scorso anno.

Francessco M. Cataluccio è uno scrittore che risponde proprio alle caratteristiche delineate da La Capria per questa categoria di produttori di letteratura: nei suoi libri parla di sé, racconta dei suoi viaggi, dei suoi studi e spesso anche della sua famiglia,  ci dice la sua opinione sul mondo e sulla sua storia, su tanti, tantissimi libri, scrittori ed artisti, si è inventato una scrittura e una sintassi che corrisponde sicuramente alla sua voce di fiorentino ed è spesso ironico, critico, appassionato e persino sarcastico.

In diverse parti de L’ambaradan delle quisquiglie Cataluccio fornisce al lettore qualche traccia, qualche considerazione, sulla propria scrittura: a pag. 86 descrivendo l’enorme massa di frammenti d’arte, materiali preziosi ed altro rubati dai veneziani in giro per il mondo ed usati per abbellire la Basilica di San Marco scrive: “San Marco è l’esempio più vistoso di un patchwork di furti, un collage di stili e materiali, estratti dal loro contesto e funzioni originali, che la rendono unica e inimitabile. Mi pare che così anch’io scrivo quando racconto i miei ricordi: a volte rubo pezzi di altre storie, incastonandoli nelle mie”.

Più avanti, sotto il lemma Letteratura, scrive dell’intreccio tra realtà e finzione, del proprio interesse per i fatti e le vicende dell’Europa centrale “un mondo in gran parte cancellato”, del registro narrativo scelto, di tipo autobiografico, perché capace di rendere  intellegibile e piacevole il racconto. 

Come per i precedenti volumi di Cataluccio, il risultato di tale complesso ed originale lavoro narrativo è suggestivo e ricco di riferimenti, tutti da approfondire, a storie, letterature e libri.

  • Leggi il mio post sul libro di Cataluccio Vado a vedere se di là è meglio >> qui
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