Tre libri di Guglielmo Petroni

Ho aggiunto tre libri di Guglielmo Petroni alla mia biblioteca di scrittori italiani che orgogliosamente definisco marginali, in quanto tenuti e rimasti fortunosamente lontani dalla confusione e dagli eccessi e strombazzamenti commerciali dell’industria editoriale e culturale.

I tre volumi di Guglielmo Petroni affiancano così i miei amati libri di Antonio Delfini, Anna Maria Ortese, Luciano Bianciardi, Francesco Biamonti e Maria Orsini Natale, tutti autori considerati difficilmente definibili e collocabili per i più, personaggi originali spesso scontrosi e polemici o al contrario eccessivamente ritrosi e riservati, ma che, anche se spesso dimenticati, hanno contribuito in maniera determinante a dare lustro alla letteratura nazionale e forza e grandezza alla lingua italiana.

Guglielmo Petroni (1911-1993), scrittore e poeta del quale cade quest’anno il centenario della nascita, forse grazie ad Andrea Camilleri, vede ripubblicati due suoi importanti libri: Il nome delle parole, autobiografia della sua avventura nella letteratura, uscito nel 1984 e ristampato dalla benemerita Sellerio, e La morte del fiume (premio Strega 1974), volume da anni esaurito ma da pochi giorni uscito presso la piccola casa editrice lucchese Pacini Fazzi (io l’ho letto in una vecchia e solida edizione del Club degli editori).

Il terzo libro di Petroni, il racconto Il mondo è una prigione, indubbiamente il suo capolavoro scritto tra il 1944 e il 1945 subito dopo gli episodi della Resistenza che narra  da protagonista e della terribile carcerazione subita prima in via Tasso e poi a Regina Coeli, vide la luce solo nel 1949, per poi essere dimenticato fino al 1960; l’edizione Feltrinelli che ho letto (UE del 2005) risulta comunque oggi esaurita.

Leggere Il nome delle parole, significa conoscere la determinata volontà di Guglielmo Petroni di divenire da autodidatta prima pittore e poi poeta e scrittore, tra grandi difficoltà familiari ed conomiche, fino ad essere, ancora giovanissimo, tra i protagonisti di una grande stagione della cultura nazionale che, nel clima cupo del fascismo, si riunivano al caffè Giubbe Rosse di Firenze o nelle redazioni di precarie riviste letterarie. In questo ambiente privilegiato Petroni frequentava e riceveva sostegno ed amicizia da intellettuali quali Gadda, Montale, Carrà, De Chirico, De Robertis, Delfini, Panunzio, Papini, Vittorini e tanti altri.

Il nome delle parole è il racconto conclusivo di una vita e del viaggio intrapreso alla conquista della letteratura e della libertà.

Lascia invece sconcertati Il mondo è una prigione, uno dei libri definitivi sulla Resistenza, un racconto dell’esperienza vissuta da Petroni a Roma durante gli ultimi mesi della fine della guerra poco prima dell’arrivo degli americani.

La storia della cattura da parte dei nazisti e della reclusione nelle celle di via Tasso, dove l’autore venne ripetutamente torturato e poi destinato alla fucilazione, viene raccontata in maniera sofferta, contraddittoria, centrando la narrazione sul disagio, sul dubbio e sullo smarrimento esistenziale, sulle condizioni psicologiche che determinano la sopportazione del dolore inflitto con le torture, arrivando addirittura ad avere nostalgia dei giorni trascorsi nella cella di via Tasso.

Niente eroismo nel libro di Petroni sulla Resistenza, nessuna esaltazione manichea della guerra di Liberazione, della classe operaia, del popolo resistente, ma solo il racconto di una umanità ferita, offesa, violentata dal male. Indubbiamente tale atteggiamento sofferto, questa visione complessa, diversa e dolorosa di cosa fosse stata la Resistenza, non rispondeva ai canoni della cultura antifascista imperante all’epoca. E così l’ostracismo per il libro di Petroni imperversò a lungo.

“La ricerca del volto del passato, tra persone che lo possano condividere, rappresenta né più né meno l’occupazione di una gran parte dell’umanità, quando il tempo della giovinezza sta ormai dietro le spalle”.

In questa bellissima frase de La morte del fiume c’è tutto il senso del racconto di un viaggio nella propria città di origine, Lucca, dopo tanti anni di lontananza, dove alla meccanica della memoria subentra la virtù dei ricordi delle storie di uomini e donne conosciuti, di luoghi lungamente frequentati e amati che, anche se cambiati profondamente, se guardati a distanza nel tempo e nello spazio, acquisiscono una più profonda verità.

“Gli uomini temono il proprio avvenire, ma è del passato che debbono aver paura. Se non lo sanno ritrovare in tutta la sua realtà, non trovano se stessi, ed il loro avvenire è l’incognito”.