Letteratura e verità: Nessuno al mondo di Hisham Matar

Hisham Matar Nessuno al mondo“I despoti commettono i loro crimini non per volontà di potenza ma per terrore. Scacciano gli incubi ordinando stragi”. Così ha scritto Erri De Luca nel suo recente E disse, e queste sono parole che danno l’unica  spiegazione possibile dei recenti accadimenti in tanti paesi arabi dove i despoti, da sempre al potere, non esitano ad ordinare sanguinose stragi.
 
Le parole di Erri De Luca mi venivano in mente mentre nei giorni scorsi leggevo il doloroso romanzo Nessuno al mondo dello scrittore libico Hisham Matar e dai giornali o in televisione leggevo e vedevo della guerra in quel paese nordafricano. Ma cosa è accaduto veramente in questi paesi arabi? Cosa sappiamo veramente della Libia? Cosa ha fatto Gheddafi al suo popolo in tanti anni di potere assoluto?
 
Nessuno al mondo di Hisham Matar ha risposto a queste domande con la forza della letteratura, confermando quanto ha sostenuto il giornalista e commentatore Gideon Rachman dalle pagine del Domenicale del Sole 24 ore del 20 marzo scorso: “Anche per quanto riguarda la politica contemporanea un romanzo in alcuni casi può far capire la situazione meglio di un saggio. Nessuno al mondo, l’opera prima tesa e incantevole, di Hisham Matar, mostra la ferocia di Muhammar Gheddafi molto meglio di qualunque giornale.”
 
Ma Nessuno al mondo non è solo il racconto di una società oppressiva vista attraverso gli occhi ed i commoventi ricordi di un bambino di nove anni, è anche un romanzo ispirato all’amara storia della famiglia dell’autore e, in particolare, a quella del proprio padre, Jallaba Matar, intellettuale, diplomatico ed oppositore del regime libico, prima esiliato in Egitto con la famiglia e poi arrestato nel 1990 dagli stessi egiziani, consegnato ai libici e rinchiuso nel famigerato carcere di Abu Salim da dove poi è scomparso.
 
Hisham Matar
E’ intorno alla amatissima figura del padre che è costruito il racconto, le sue misteriose assenze, i ritorni a casa che tanta gioia danno al piccolo Sluma Suleiman e alla sua infelice madre. Fino all’arresto del padre da parte dei comitati rivoluzionari e il suo fortunoso rilascio avvenuto dopo giorni di torture; avvenimenti sconvolgenti che cambieranno per sempre la vita delle famiglia di Suleiman costretta così ad arrendersi ai voleri del regime.
 
Attraverso gli altri personaggi del romanzo, Hisham Matar ci rappresenta la Libia degli anni settanta, immediatamente successivi alla presa del potere da parte di Gheddafi, personaggi indimenticabili che fanno da sfondo al racconto: il signor Calzoni, l’italiano proprietario di un ristorante di Tripoli dove giganteggia un ritratto murale della Guida; Ustadh Rashid, il professore universitario, fiero oppositore che finirà impiccato in diretta televisiva; sua moglie zia Salima e il loro figlio Karim; Sheikh Mustafà, l’iman cieco e saggio della moschea, dalla voce potente; Bahlul il mendicante e i ragazzi di quartiere amici di Sluma.
 
Simpatico e strano il personaggio di zio Khaled, uno zio d’America sposato con una biondissima statunitense, poeta emancipato responsabile però del matrimonio forzato della sorella quattordicenne, al quale le galline mangiano le poesie
 
C’è tanto della Libia in questo bel libro: il sole implacabile, il mare, i tramonti, il deserto, la folla per le strade, i venerdì alla moschea per le preghiere indossando la tradizionale jallabia, il rituale del the verde servito agli ospiti e dopo ogni  pranzo, quello arricchito di menta e di spezie e passato pazientemente di tazza in tazza per ottenere una bella schiuma (una vera delizia che conosco bene e apprezzo moltissimo).
 
Ma le pagine del libro trasmettono anche il senso di oppressione esercitato dalla dittatura che in quegli anni si radica in Libia, il sistema di delazione instaurato tra vicini, la paura di essere accusati di tradimento, le presunte riforme economiche di Gheddafi che riescono ad impoverire tutti, la chiusura delle frontiere, la censura, le squadre dei comitati rivoluzionari che pattugliano e terrorizzano le città.
 

Jaballa Matar negli anni

Jaballa Matar negli anni ’70 in Libia

Jaballa Matar (in bianco) con suo fratello Hasan Matar al Cairo negli anni

Jaballa Matar (in bianco) con suo fratello Hasan Matar al Cairo negli anni ’80

E, nel libro c’è anche tanta Italia, il ricordo del fascismo e della lunga resistenza libica, le parole italiane entrate nell’uso corrente accanto all’arabo locale, il mangiare pasta, i nomi dei bar del centro e i cappuccini; ma innanzitutto la lingua italiana che il padre del piccolo Suliman conosce, vuole praticare e non vuole dimenticare, traducendo apposta Machiavelli in arabo.
 
Infine il romanzo è percorso da una grande attenzione per i libri: libri bruciati (un capitolo ricorda moltissimo il falò dei libri di Don Chisciotte ad opera del curato e del barbiere), libri salvati, proibiti, traditi, tradotti, libri simboli e strumenti di libertà ed orgoglio, e su tutti i libri Le mille e una notte, la storia di Sherazade.
 
Straordinaria la pagina dove la madre, rievocando la propria segregazione in casa prima del matrimonio forzato, ricorda la proibizione a tenere libri: “Non datele altre munizioni, – aveva detto il nonno. Una mente corrotta piega tutto a proprio vantaggio.” La sconfitta della madre, costretta al matrimonio è la sconfitta della stessa letteratura ad opera della vita:
 
“Ma alla fine hanno vinto loro. Il mio arsenale di personaggi letterari da quel momento in poi si assottigliò rapidamente, perfino Sherazade mi aveva tradito. Ormai non sono più capace di leggere nulla che sia più lungo di una poesia o un articolo di giornale. I libri richiedono troppa confidenza.” (pag.163)
 
In un articolo pubblicato su diversi giornali nel mondo (in Italia è uscito sull’ultimo Venerdì di Repubblica, il primo aprile) Hisham Matar ci racconta della sua famiglia, del suo esilio, della paura che ha accompagnato la sua famiglia per anni, del padre rapito e prigioniero in Libia e del suo desiderio di una Libia finalmente libera da Gheddafi, evento che per lui avrebbe un valore doppio: libertà di ritornare in patria e speranza di ritrovare suo padre Jallaba Matar.
 
L’articolo di Hisham Matar termina con queste parole: “Io non so cosa Gheddafi abbia fatto a mio padre. Ma so che non è riuscito a uccidere lo spirito del popolo libico.”
 
 
– Approfondimento su Hisham Matar nel sito Einaudi >> qui
– Il sito a sostegno della libertà per Jaballa Matar (in inglese) >> qui
– Su letteratura e verità vedi il mio post su Palazzo Yacoubian di ‘Ala Al-Aswani >> qui