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Tag: infernapoli

Infernapoli al cinema: Passione, Gorbaciof e Una vita tranquilla

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Ormai con Napoli ognuno ci fa un pò quel che gli pare. Una generale, copiosa, sterile, esagerata attenzione copre Infernapoli in tutti i suoi aspetti. E’ così anche nei libri e al cinema non poteva andare diversamente.
 
Infernapoli al cinema è stata rappresentata nella passata stagione cinematografica da ben tre film: Passione, Gorbaciof e Una vita tranquilla.

Passione film di TurturroPassione. La passione della musica? Bene, eccola Infernapoli musicale vista dal famoso attore-regista italoamericano, che ammicca allo spettatore: venite, venite con me, andiamo a scoprirla questa città… quante sorprese!…e sorride felice della sua opera. Ma in quanti interpretano la musica di questa città? Una cantante portoghese (Misia), una tunisina (la splendida M'barka Ben Taleb), tanti altri cantanti e gruppi che hanno fatto la storia e che forse saranno il molteplice futuro della musica napoletana.

C’è anche un grande e dimenticato Fausto Cigliano che tutti pensavamo defunto da tempo. Ognuno ci mette il suo peculiare stile, ognuno ci vede qualcosa di differente, ognuno ci fa quel che vuole della musica e della città, tutti insieme cantano, suonano e ci mettono tanta, tanta passione. Che bello, devo proprio comprare il disco. Sarà già uscito?
 
E se lo sfondo della città non è abbastanza colorito, è facile, i graffiti sui muri e sui portoni possono essere subito esagerati: più colore! più colore! gridava il famoso attore regista italoamericano al pittore ingaggiato per l’occasione.
 
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Gorbaciof.
Ho letto in una cronaca che la troupe di Gorbaciof nel girare le scene dove Servillo-Gorbaciof cammina per le strade della Ferrovia e di Poggioreale non ha avuto bisogno di bloccare traffico, usare comparse e chiedere alla gente di non disturbare le riprese. Semplicemente Toni Servillo camminava e la telecamera lo seguiva. Nessuno si meravigliava della sua strana andatura, della sua faccia altera e strafottente, del suo sguardo indifferente, della sua giacchetta fuori moda e troppo stretta o dei pochi capelli inzuppati di brillantina. Perché?
 
Perché? si chiederà forse chi mi legge troppo a nord o troppo a sud di Infernapoli. Perché è normale vedere tipi così in giro per Napoli. Personaggi che tengono scritto in faccia che usano la città per quel che possono, che si muovono disinvolti e sicuri in un mondo dove se sei una tigre è molto meglio, ma tanto poi nulla cambierà, il tuo destino a Infernapoli te lo porti cucito addosso.

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Una vita tranquilla. Il destino ad Infernapoli lo porti cucito addosso anche se scappi via, se ci si nasconde in Germania: bella casa, bel lavoro, bella moglie e bel bambino biondo. Il destino segue il protagonista di questo film perché segue la spazzatura. Sì, dietro la munnezza napoletana comprata dall’azienda tedesca arrivano loro, i soldati della camorra. E fanno il viaggio per un solo motivo: uccidere, perché qualcosa in quel contratto di munnezza non è andato come doveva.
 
Una traccia, un ricordo, un figlio mai dimenticato, un passato che ritorna, un passato che non è mai cambiato, eterno presente di Infernapoli, lo scoverà nel suo rifugio e irromperà nella sua vità con il suo gravoso carico di morte e di dolore. Poi ancora una fuga. Lo spettatore sa bene che sarà inutile.
 
Ancora un titanico Toni Servillo, nell’interpretazione forse più bella ed intensa della sua carriera.

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Infernapoli – Questa città di Letti Sfatti e Erri De Luca

questa città  

“L’arte può confortare noi singoli ma non può nulla contro la realtà” ha scritto Stefan Zweig. E nulla può fermare la realtà del degrado permanente di Infernapoli,  neppure l’arte, la letteratura, la musica, la fotografia di Questa città, libro-progetto con dvd, realizzato da Letti Sfatti e Erri De Luca, recentemente pubblicato da Testepiene.
 
“Infernapoli è un animale metamorfico che insegue, ansima addosso, chiude ogni sbocco: non resta che entrare nelle sue viscere, alla ricerca di una via di fuga.” (da: Napoli assediata di Giuseppe Montesano e Vincenzo Trione, Tullio Pironti editore).
 
Infernapoli è un tag che da anni in questo mio blog segna, marca le mie riflessioni, le mie letture su questa città (vedi qui a lato).
 
Da qualche giorno in libreria, Infernapoli è anche un racconto di Peppe Lanzetta.

foto di Sergio SianoInfernapoli è una città ormai assuefatta, impermeabile, martoriata, rinchiusa in un grottesco ed  infernale presente urbano senza futuro e senza speranza.
 
Letti Sfatti e Erri De Luca tentano inutilmente di reagire con questo libro, con una bellissima canzone, con un video clip, con riflessioni sull’hinterland napoletano, sul quartiere del Vomero e sulla musica napoletana e con le contundenti foto di Sergio Siano.
 
Ma questa città è ormai solo un malato terminale:
 
Questa città
è bella solo se la pensi e non la guardi
perché se la guardi poi ci pensi
è un malato terminale
che sta bene dentro il male
che sta male dentro il bene

 
Il poeta e scrittore valenciano Josep Piera, dopo un suo soggiorno a Napoli nel 1984, ha scritto:
 
“Napoli è questo: un prezioso cadavere pieno di vermi umani che si moltiplicano quanto più avanza la corruzione della morte. Un bellissimo cadavere barocco.”

La vicenda di Pomigliano ha per confini il mondo

 
pomigliano
Preferisco non trattare questioni di attualità politica in questo mio blog. Mi interessano ben poco e mi  entusiasmano ancora di meno. Ma il martellamento mediatico che stiamo subendo sull’accordo fiat-sindacati circa il destino dello stabilimento di Pomigliano merita una riflessione che, credo, debba andare oltre il fatto di cronaca.
 
Colpito il Parlamento, ormai svuotato di funzioni, colpita la magistratura, in un sistema giudiziario che agonizza, colpita la libertà di espressione, colpito il pubblico impiego con le inutili norme Brunetta, restava da assestare una bella sciabolata al sindacato industriale.
 
L’accordo di Pomigliano rappresenta questa sciabolata storica finale. Con questo accordo (un vero diktat unilaterale) viene inferto un colpo durissimo a norme imperative di tutela del lavoro che sono inderogabili ed indisponibili: mano libera padronale in cambio di promesse ad investire e a mantenere i posti di lavoro.
 
L’articolo che di seguito riproduco è uscito ieri sul Corriere del Mezzogiorno. E’ una intervista al prof. Mario Rusciano che spiega, come nessuno ha spiegato fino ad oggi, cosa significa veramente quest’accordo (o meglio diktat). Conosco il prof. Rusciano, perchè ho studiato ai suoi corsi da giovane e per motivi politici e scientifici, e devo dire che l’ho sempre stimato per le competenze giuslavoristiche e per l’equilibrio, la chiarezza, la correttezza e la profonda  intelligenza delle sue analisi e riflessioni (e l’intervista senza dubbio lo testimonia).
 
A guardare, però, oltre alla mera questione dell’accordo, c’è da considerare non solo il prezioso contributo offerto dalla vicenda alla contrazione della democrazia e dei diritti dei lavoratori, ma anche la svolta storica che rappresenterà per l’intero sistema delle relazioni industriali nel nostro Paese, poiché è certo che qualsiasi imprenditore vorrà estendere anche alla propria impresa questo nuovo modello che si può sintetizzare nella formula meno diritti in cambio del mantenimento del posto di lavoro.
 
In Spagna il governo dell’ex socialista Zapatero va realizzando in questi giorni qualcosa di simile fluidificando le norme di salvaguardia del mercato del lavoro a svantaggio dei lavoratori ovviamente, in Europa tutti vanno in questa direzione ormai. Ma occorre chiedersi fino a quando e in cambio esattamente di cosa. Fino a quando Pomigliano potrà produrre automobili? Fino alla prossima crisi? L’auto ormai si compra solo per sostituire la precedente, il mercato è saturo, resta la Cina e l’India per espandersi (ma con quali spaventose conseguenze?) e poi non mi risulta che la Fiat è attiva laggiù salvo poca roba.
 
Voglio dire che l’accordo come concepito potrebbe veramente essere (teoricamente) valido solo se si presuppone una produzione di beni sempre illimitata in mercati in espansione ed infinita crescita nel futuro. Ma non mi pare che sia così, l’economia di mercato è per definizione (keynesiana) economia dell’incertezza e, oltretutto, ha dei limiti reali e inderogabili dettati dalle leggi della fisica e della termodinamica, cognizioni queste ultime normalmente sconosciute ad economisti, politici e sindacalisti; la maggior parte degli economisti è convinta «che, visto che la crescita ci ha portato tanto lontano, potremo andare avanti all’infinito».
 
Queste considerazioni mi ricordano le parole di Lanza Del Vasto che nel suo bellissimo libro Pellegrinaggio alle sorgenti, già negli anni ’30 del secolo scorso gettava uno sguardo diverso sui miti dell’economia industriale e della produzione infinita di beni:  

Se è vero che le macchine favoriscono il benessere, come mai là dove esse imperano cresce a dismisura la più sordida e sconsolata miseria? Come mai, se producono abbondanza, non riescono a dare la soddisfazione?”

e oltre aggiunge:

L’uomo rimanga più grande di ciò che produce, più prezioso di ciò che possiede”.
 
Per ora, comunque, dobbiamo fermarci alla cronaca e porci questa sola domanda: perchè e fino a quando si potrà cedere democrazia, stato sociale e diritti in cambio di posto di lavoro incerto, presunta tranquillità sociale e benessere fasullo?
 

  • Sul mito della crescita infinita si legga >> qui
     

la nuova panda a pomigliano
Dal Corriere del Mezzogiorno del 16 giugno 2010
 
Fiat, Rusciano: «Accordo? No, è un diktat»
 
L’atto unilaterale contiene deroghe a norme imperative e a forme di tutela che sono inderogabili. Il giuslavorista: se fosse impugnato, un giudice potrebbe annullarlo
 
«L’accordo proposto dalla Fiat per Pomigliano? Innanzi tutto non è un accordo. Perché se lo fosse presupporrebbe trattative, valutazioni e reciproche concessioni». Il giudizio di Mario Rusciano, giuslavorista dell’Università Federico II, è severo: «No, non è un accordo. Questo è un diktat, un atto unilaterale. O aderisci o no, e se non aderisci…».
La prima conseguenza, a quanto pare, è che la Fiat lascerà Pomigliano. Come giudica quest’atteggiamento dell’azienda?
«Naturalmente tutto questo mette in crisi relazioni industriali e relazioni sindacali. Per la stessa natura dell’atto. Non aderire a un accordo non comporterebbe le stesse conseguenze. Ma c’è un secondo aspetto anche più interessante. Questo atto unilaterale contiene deroghe a norme imperative, per esempio sullo sciopero, e su alcune forme di tutela di legge che sono inderogabili. Mette in discussione alcuni degli assi portanti del diritto del lavoro: a cominciare dalle garanzie costituzionali, a finire alle clausole dei contratti collettivi nazionali».
Si spieghi meglio.
«In realtà è molto discutibile dal punto di vista giuridico: c’è il serio rischio che, se qualcuno lo impugnasse, un giudice potrebbe dichiararlo nullo per contrasto, appunto, con norme inderogabili».
Eppure in altre aziende, magari dopo una trattativa, sono stati sottoscritti accordi analoghi.
«Ciò non toglie che un accordo del genere è comunque annullabile da parte di un giudice. Perché, ripeto, si toccano norme inderogabili e diritti indisponibili, dei quali cioè i lavoratori non possono disporre».
E allora che valore hanno gli accordi sottoscritti in quelle aziende?
«Se il datore di lavoro e i dipendenti li rispettano come gentlemen agreement non accade nulla. Ma se i lavoratori si rivolgessero al giudice, quest’ultimo non potrebbe che dichiararli nulli».
I punti contestati sono relativi al diritto di sciopero e alle malattie. Ma se un operaio si ammala, non è l’istituto di previdenza che lo paga?
«Dopo i primi giorni. Se ci si assenta spesso e per pochissimi giorni, però, si procura un danno considerevole all’azienda. A Pomigliano ci sono stati abusi e certi operai sono ben censurabili per questo. Ma l’azienda può utilizzare la normativa esistente per far valere il proprio diritto e punire i responsabili degli abusi. Nessuno dice che i lavoratori sono santi e i datori di lavoro diavoli. Poi c’è un aspetto politico».
Cioè?
«Il problema centrale è che nessuno potrebbe dire che a Napoli in questo momento ci si può permettere il lusso di rifiutare 700 milioni di investimento. Però è centrale anche il problema di un nuovo modello di relazioni industriali che si vuole far passare approfittando dello stato di necessità del contesto. Forse non si può neanche parlare di relazioni industriali, questa è la vecchia relazione tra datore e lavoratori».
Come se ne esce?
«Be’, anche la Fiat si prenderebbe una bella responsabilità se veramente decidesse di andare via. Sarebbe meglio attenuare i punti contestati, anche dal punto di vista giuridico. Per esempio, si potrebbe fare un accordo sperimentale che duri un anno, e poi andare oltre. E intanto verificare se è vero ciò che sostengono i lavoratori, per i quali si può produrre quello che la Fiat si aspetta senza ledere i loro diritti. Mi rendo conto, però, che a quel punto l’azienda avrebbe già fatto il suo investimento…».
Secondo lei non è possibile una mediazione?
«Toccherebbe ai pubblici poteri, per loro natura, ma in questo momento non so quanto sono disposti ad impegnarsi nella vicenda. Forse la Regione dovrebbe tentare. O il sottosegretario Cosentino. Se il Governo, ad esempio, facesse presente che ha concesso la cassa integrazione come voleva la Fiat e gli incentivi per l’auto, almeno potrebbe ottenere che non si inasprisca il conflitto. Personalmente non muoio di simpatia per la CGIL e la Fiom, ma è sbagliato fare relazioni industriali in questo modo e dividere il mondo sindacale».
 

All'economia della Campania la speranza non serve

rapporto bankitalia campania 2010
Lunedì 7 giugno, nell’antico complesso SS. Marcellino e Festo della Università Federico II, la Banca d’Italia ha presentato la Relazione sull’economia della Campania.
 
Puntuale alle 10,45, come da programma, il primo intervento del Vice Direttore Generale Bankitalia: una panoramica preoccupata (e preoccupante) su una economia regionale che stenta a progredire, che manifesta pesanti carenze strutturali, che viene duramente colpita dalla crisi economico-finanziaria ed i cui andamenti sono ormai peggiori rispetto a quelli dell’intero Mezzogiorno.
 
Sottolineo che la Banca d’Italia nelle analisi sull’economia meridionale, risulta particolarmente attenta ai fattori relativi alla carenza del capitale sociale, inteso come insieme di norme e regole condivise che facilitano la cooperazione tra i membri di una società, aspetto quest’ultimo generalmente poco studiato ed evidenziato, sul quale già il Governatore Draghi si è meritoriamente soffermato di recente.
 
La presenza di adeguati livelli di capitale sociale, come sottolineato dalla letteratura specialistica, costituisce una condizione o, meglio, una precondizione essenziale allo sviluppo economico e sociale e rappresenta un importante fattore esplicativo anche nell’analisi dei ritardi del Mezzogiorno (sul tema vedi questo mio post su due indicatori di capitale sociale >> qui).
 
Occorre però sottolineare che gli interventi che si sono susseguiti hanno spostato l’attenzione e l’analisi dall’economia alla società: le difficoltà in cui si dibatte la Campania smettono ormai di essere solo economiche (difficoltà a fare impresa, scarsa capacità produttiva, disoccupazione, inoccupazione, calo export, difficoltà nel credito, finanza pubblica insostenibile) e investono ormai tutti gli altri aspetti del vivere sociale.
 
Lo sfacelo colpisce ormai con evidenza le strutture economiche e politiche, il sistema delle imprese, la pubblica amministrazione, le condizioni materiali di vita, la sanità pubblica, la giustizia, l’ambiente ormai compromesso, la scuola, senza dimenticare la pesante cappa del crimine organizzato che soffoca ormai il mercato, le imprese e l’intera società civile.
 
L’intervento di Giovanni Iuzzolino, responsabile della divisione di ricerca economica della sede di Napoli della Banca d’Italia, è stato, al pari dello scorso anno, esemplare per essenzialità e chiarezza. In una dozzina di diapositive ha presentato i grafici giusti per capire quale sia la situazione e la collocazione nazionale ed internazionale dell’economia della Campania. In sintesi:

  • Nel 2009 il Pil campano è stato il più colpito d’Europa;
  • L’occupazione è anche la più bassa d’Europa e i tagli subiti dall’occupazione sono stati i più pesanti registrati;
  • Se si sommano disoccupati, lavoratori in CIG e lavoratori scoraggiati si giunge al 21% di disoccupazione;
  • In Campania lavorano solo 4 persone ogni 10 in età lavorativa;
  • In Campania lavorano solo 2 donne ogni 10 in età lavorativa;
  • Sui due aspetti precedenti è inutile trovare la scusa del lavoro nero, è stato calcolato che ogni punto in più di crescita del sommerso corrisponde automaticamente a due punti in meno del Pil;

 Le condizioni della finanza pubblica in Campania sono poi catastrofiche:

  • l’indebitamento della P.A. raggiunge il 13% del Pil regionale
  • la leva fiscale in Campania è la più elevata d’Italia ed ha raggiunto ormai i limiti massimi stabiliti;
  • la sanità campana è percepita a livelli di qualità bassissimi;
  • i costi procapite della sanità campana sono più alti del 9% di quelli nazionali. Si spendono più risorse per servizi peggiori;
  • Il deficit della sanità campana ha raggiunto livelli impressionanti: si parla di ben 800 milioni di euro nel solo anno 2009.

E’ seguito un interessante intervento del prof. Ennio Cascetta sulle infrastrutture di trasporto realizzate nel decennio in Campania dove sono stati spesi dieci miliardi euro in dieci anni con risultati contraddittori di impatto nello sviluppo economico della regione.
 
Hanno chiuso il convegno le relazioni su fare impresa in Campania di due imprenditori: Marco Zigon, presidente della Getra Group, che produce trasformatori elettrici in diversi stabilimenti in Campania, Italia e prossimamente in Cina, e Vincenzo Starace, amministratore delegato della Dema spa, una spin-off che realizza componenti e servizi aeronautici, con unità produttive oltre che in Campania, anche in Puglia, Emilia Romagna, in Canada e Tunisia.
 
I due interventi sono stati di interesse perché hanno evidenziato quali siano le difficoltà e le diseconomie che due imprese di rilievo, innovative, che fanno ricerca e di proiezione internazionale (cioè proprio quelle che servono e serviranno sempre più all’Italia per poter andare avanti) possano avere in una regione coma la Campania. Eccole sintetizzate dall’amministratore della Getra: 

  • Spese elevate da sostenere per la sicurezza degli impianti (nel senso di spese di sorveglianza ed altro);
  • Costi di insediamento troppo elevati rispetto ad altre regioni d’Italia (i suoli delle aree Asi hanno prezzi fuori mercato e sono impossibili da acquistare!);
  • Scarsa qualità della vita nella regione che disincentiva le maestranze specializzate a spostarsi in Campania;
  • Indotto locale limitato e scarsamente rispondente ai requisiti produttivi richiesti;
  • Qualità delle reti elettriche e delle telecomunicazioni molto inferiori nelle prestazioni rispetto ad altre parti del Paese;
  • Infrastrutture dei trasporti limitate nella qualità dei servizi; “la portualità non brilla in Campania” (riporto le parole esatte);
  • Pubblica amministrazione locale definita “un ginepraio in cui ci si muove con difficoltà” .

Devo dire, però, che alcune di queste diseconomie e difficoltà segnalate mi sembrano comuni a tutto il Paese. Comunque sono difficoltà che è opportuno tener presente e che sarebbe bene rimuovere.
 
Vincenzo Starace, amministratore delegato della Dema spa, ha invece evidenziato un aspetto interessante relativo alla finanza pubblica e alle politiche di agevolazioni per le imprese definite un ostacolo più che una opportunità per chi investe.
 
Infatti l’impresa, a fronte di investimenti da realizzare nel periodo 2004-2010 per 46 milioni di euro, ha ottenuto la liquidazione di solo 2,4 milioni di agevolazioni sugli 8,4 che gli erano stati riconosciuti. Questa ha così dovuto far fronte agli investimenti che doveva tempestivamente realizzare per poter rimanere competitiva nel proprio settore e mercato, rivolgendosi alle banche e al capitale proprio, sostenendo costi ed oneri aggiuntivi.
 
Mi sono chiesto come concludere questo sconsolante resoconto. Si può ancora sperare ed avere fiducia in un qualsivoglia cambiamento? Ha ancora un senso sperare? Mi soccorre una riflessione del filologo Cesare Segre che mi è capitato di leggere lo scorso sabato:
 
“Credo che le espressioni di fiducia siano fuori luogo, che la speranza serva solo a condurci meno amareggiati verso la dissoluzione o verso una palingenesi che non ha ancora nome”.
  

  • Il Rapporto dal sito della Banca d’Italia >> qui