La pianura in fiamme e Pedro Paramo di Juan Rulfo

La pianura in fiamme di Juan Rulfo torna in libreria in una nuova traduzione per le edizioni Einaudi.  Per l’occasione ripropongo un mio post del luglio 2009 dedicato a questo grandissimo scrittore messicano.

Juan Rulfo, l’arte del silenzio

Il messicano Juan Rulfo (1917-1986) ha scritto solo due libri, entrambi pubblicati tra il 1953 e il 1955, El Llano en llamas (La pianura in fiamme) e Pedro Paramo, due capolavori della letteratura latinoamericana. Poi è divenuto uno “scrittore del No”, è stato preso dalla sindrome di Bartleby, per trent’anni non ha pubblicato più nulla fino alla sua morte. Nel libro Bartleby e compagnia Enrique Vila-Matas inizia la sua sorprendente rassegna degli “scrittori del No” proprio con Juan Rulfo. Racconta Vila-Matas che quando gli domandavano perché non scrivesse, Rulfo era solito rispondere: “E’ che mi è morto lo zio Celerino, che era quello che mi raccontava le storie.”

Tutta l’opera di Juan Rulfo è racchiusa in poco più di 300 pagine, eppure sui suoi racconti, sulla sua figura enigmatica e il suo silenzio letterario sono state contate da una attenta studiosa brasiliana oltre novemila pagine di saggi che, in 50 anni di critica, hanno cercato di dare risposta ad innumerevoli domande. Innanzitutto sulla sua vita schiva e sotto molti aspetti misteriosa.

La vita di Juan Rulfo è stata fortemente segnata dalla fatalità e dalla tragedia: prima per la morte del padre, assassinato una notte a colpi di fucile nel 1923, quando il piccolo Juan aveva solo cinque anni, poi per tre zii morti in pochi anni, uno ammazzato per strada, un altro annegato in un naufragio e l’ultimo ucciso in una sparatoria. Poi toccò al nonno che venne appeso per i pollici da banditi e perse così le dita. Infine, nel 1927, la morte della madre.

Il Messico di quegli anni è sconvolto dalla violenza della rivolta popolare dei Cristeros, migliaia e migliaia di banditi-guerriglieri si scontrano lungo tutto il paese con l’esercito federale. Fucilazioni, vendette e scorrerie sconvolgono il Messico. Dal 1925 al 1927 Rulfo è in un severissimo orfanotrofio a Guadalajara, poi va a vivere con la nonna materna. Furono tutte queste terribili e dolorose esperienze dell’infanzia a marcare successivamente la sua vita e la sua opera. Agli anni terribili dell’orfanotrofio, in particolare, Rulfo fa risalire l’origine della depressione che lo accompagnerà tutta la vita.

Dopo studi irregolari Rulfo iniziò a lavorare nel ’36 all’ufficio federale di migrazione, poi come rappresentante di pneumatici (dal ’48 al ’52). Nel 1952 ottiene una borsa di studio della fondazione Rockefeller che gli consentirà di dedicarsi a studi letterari, fino a quando, nel 1963, è assunto all’istituto nazionale indigenista dove si occuperà per anni della pubblicazione di studi antropologici. E’ proprio negli anni ’40 che Rulfo inizierà a pubblicare qualche racconto e, profittando dei lunghi viaggi fatti per lavoro nel paese, a dedicarsi alla fotografia.

Nel 1953 uscirà la raccolta di racconti El Llano en llamas (La pianura in fiamme) e nel 1955 Pedro Paramo. Il successo dei due libri sarà avviato da un articolo del 1955 che lo scrittore Carlos Fuentes dedicherà all’opera di Rulfo. Negli anni successivi i racconti di Rulfo si diffonderanno rapidamente in America Latina ed Europa. Tra tanti, l’entusiasmo per i racconti di Rulfo contagerà anche il grande Borges che scriverà: “Pedro Paramo es una de las mejores novelas de las literaturas de lengua ispanica, y aun de la literatura.”

Nel 1961 Gabriel Garcìa Màrquez viveva a Città del Messico, non è ancora famoso ed è in crisi, cerca nuova ispirazione per la sua opera, nell’attesa lavora nel mondo del cinema. Una mattina nel suo piccolo appartamento riceve la visita di Alvaro Mutis, che fatti di corsa i sette piani della casa, esaltato, gli consegna un pacchetto di libri. Racconta Garcìa Màrquez:

“separò dal mucchio di libri il più piccolo e breve, e mi disse morto di risate: ‘leggi questo libretto, cazzo, così impari qualcosa!’. Era Pedro Paramo.

Quella notte non potei dormire fino a quando non terminai la seconda lettura. Mai, da quella notte tremenda in cui lessi le Metamorfosi di Kafka in una lugubre pensione per studenti di Bogotà – quasi dieci anni prima – avevo sofferto una commozione simile. Il giorno dopo lessi El Llano en llamas, e lo stupore rimase intatto. (…) Nel resto di quell’anno non potei leggere nessun altro autore, perché tutti mi sembravano inferiori. (…) L’analisi attenta dell’opera di Rulfo mi diede finalmente la strada che cercavo per continuare i miei libri”

E’ la scrittura di Rulfo che innesca il realismo magico nella letteratura di Garcìa Màrquez. Nell’incipit di Cent’anni di solitudine è racchiuso un anticipo del grande tributo di questa opera e del suo autore al Pedro Paramo:

“Muchos años después, frente al peloton de fusilamiento, el coronel Aureliano Buendìa habìa de recordar aquella tarde remota en que su padre lo llevò a conocer el hielo.”

Ecco Rulfo (a pag. 74 dell’edizione Anagrama del Pedro Paramo):

“El padre Renterìa se acordarìa muchos años después de la noche en que la dureza de su cama lo tuvo despierto y despuès lo obligò a salir”


Ma di cosa è fatto il mondo letterario di Juan Rulfo?

El Llano en llamas, la prima opera di Rulfo, è una raccolta di diciassette brevi racconti sulla violenza degli uomini e della natura, composti in una scrittura essenziale, netta, quasi poetica. Gli uomini e le donne protagonisti dei racconti sono persone qualsiasi, contadini schiacciati dal peso dell’ingiustizia, della sopraffazione, della guerra e della disperazione. Uomini che accolgono la durezza della vita e degli elementi naturali che li colpiscono con fatalismo, reagendo per quel poco che possono alla tragedia della vita e della morte.

Il racconto Luvina è certamente il più bello del libro. Un uomo descrive il villaggio di Luvina, dove ha vissuto molti anni, ad un altro uomo che presto dovrà partire per viverci. Il villaggio è terribile, povero. triste, desolato, lontano, pietroso e polveroso ed è continuamente spazzato da un vento nero, infernale, che graffia come se avesse le unghie.

Il primo uomo parla, Rulfo non ci dice nulla su di lui, neppure il nome, si capisce solo che è vecchio, mentre il suo interlocutore semplicemente non interloquisce mai, forse ascolta, alla fine del racconto non si è sicuri della sua reale presenza. Forse l’uomo che parla emette solo un monologo, forse la descrizione del villaggio e il racconto del suo arrivo con la famiglia, anni addietro a Luvina è rivolto solo al suo bicchiere di mezcal che tiene davanti sul tavolo. Poi, all’improvviso, l’uomo che racconta si interrompe, crolla sul tavolo e si addormenta.

Nel racconto Luvina ci sono le prime tracce del Pedro Paramo, il silenzio e le sue voci, l’abbandono, la rottura spazio-temporale, i vivi che sono come morti. In una intervista pubblicata poco prima della morte Juan Rulfo chiarisce:

“Il romanzo [Pedro Paramo] lo tenevo già costruito in testa, però non trovavo la forma di svilupparlo. Allora mi misi a scrivere i racconti. Però questi avevano temi diversi. Cercavo di trovare il tema, ovvero, la forma corretta di cui avevo bisogno per scrivere il romanzo. E ci fu un racconto che più o meno mi diede l’atmosfera, era ‘Luvina’ – gli altri racconti li scrissi per esercitarmi.”

In un articolo del 1985 intitolato “Pedro Paramo trent’anni dopo”, Juan Rulfo racconta la genesi del capolavoro e il suo successo:

“non immaginavo che trenta anni dopo il prodotto delle mie ossessioni sarebbe stato letto anche in turco, in greco, in cinese e in ucraino. Il merito non è mio. Quando scrissi ‘Pedro Paramo’ pensai solo ad uscire da una grande ansia. Perché a scrivere si soffre sul serio”

Juan Preciado ha promesso alla madre morente che sarebbe andato a Comala a cercare suo padre, Pedro Paramo. Spinto da sogni, illusioni e speranze, più che dalla promessa fatta alla madre, l’uomo si mette in viaggio e nella canicola di agosto giunge a Comala, nel villaggio disabitato scoprirà che tutti sono morti e le case e le strade sono percorse dalle voci e dagli echi delle anime di coloro che vi avevano vissuto. Anche il narratore, Juan Preciado, è un morto che prende vita per raccontare.


In una intervista, Juan Rulfo ha detto di Pedro Paramo:

“Tutti i personaggi sono morti; la narrazione la inizia un morto che racconta ad un altro morto: un dialogo tra morti in un villaggio morto”

Pedro Paramo è la storia di Comala e della sua gente negli anni violenti antecedenti e successivi alla rivolta dei Cristeros. I mormorii dei fantasmi del villaggio abbandonato, schiacciato da una natura ostile, sono le voci dei suoi abitanti che raccontano le loro storie, le loro tragedie e la storia della morte del villaggio.

“Vidi che non c’era nessuno, anche se continuavo a sentire il mormorio come quello della gente in un giorno di mercato. Un rumore simile, privo di tono e suono, uguale a quello che fa il vento con i rami di un albero di notte, quando non si vede né l’albero nè i rami, però si sente il mormorio.”

Storie di peccati e peccatori, reali e irreali. A Comala tutti sono morti e tutti sono stati peccatori. Pedro Paramo, il cacique, è un latifondista proprietario della tenuta della Mezza Luna ed è il più grande peccatore, è un uomo violento e malvagio che esercita il suo potere cieco e furioso sugli abitanti del villaggio fino a distruggerlo per vendetta e per rancore.

Il peccato accomuna la vita delle anime di Comala, peccati che non ammettono il perdono, fino alla morte.

“Non vedi il peccato? Non vedi queste macchie scure come pustole che mi ricoprono dappertutto? Questo solo fuori; dentro ho un mare di fango.”

“Nessuno di quelli che ancora vivono è in grazia di Dio. Nessuno potrà alzare i suoi occhi al cielo senza sentirli sporchi di vergogna.”

Tutti sono peccatori a Comala e dall’inferno delle miserie umane non si salverà neppure padre Renterìa al quale il curato di Contla, dopo la confessione, rifiuterà addirittura l’assoluzione: “Cattivo. Un uomo cattivo. Questo è quello che sento di essere” dice di se stesso padre Renterìa, il suo sarà un peccato di omissione non avendo avuto la forza e la volontà di lottare contro i peccati dei suoi fedeli e di Pedro Paramo in primo luogo. Poi dal racconto sapremo che lascerà la sua chiesa e si unirà ai guerriglieri Cristeros.

Ho letto Pedro Paramo proprio come uno splendido dialogo tra miserabili peccatori. Senza i peccati capitali, senza la contaminazione del peccato e di conseguenza senza paura, orgoglio, odio, ci sarebbe ben poco da raccontare della storia degli uomini. Quanto peccato è nutrimento della letteratura? Poi restano solo il silenzio della morte e mormorii senza tempo.

Pedro Paramo è un libro difficile, alla prima lettura sembra che apparentemente non ci sia una struttura, manca la continuità spazio temporale, l’impressione è quella di leggere il racconto di un sogno in cui Rulfo ha trasfigurato i ricordi della sua infanzia, una tragedia corale riscritta dalla letteratura. Bellissima la pagina autobiografica del libro dove con grande espressione, fortemente tragica e poetica, racconta la morte del padre.

“Gli affiorò dalla memoria la morte di suo padre, avvenuta in un’alba uguale: come allora la porta era aperta e traspariva il colore grigio di un cielo fatto di cenere, triste, proprio come accadde allora. E una donna iniziava a piangere, appoggiata alla porta. Una madre che aveva già dimenticato e dimenticato molte volte, che gli diceva: ‘ Hanno ucciso tuo padre!’ con una voce rotta, scomposta, unita solo dal filo dei singhiozzi del pianto.”

In una storica e unica intervista del 1977 al programma televisivo “A fondo” della televisione spagnola, Juan Rulfo afferma che “allo scrittore bisogna lasciare il mondo dei sogni visto che non può possedere il mondo reale ”, in quanto alla difficoltà nella lettura del racconto dice: “l’ho fatto difficile con questa intenzione, perché debba essere letto almeno tre volte.”

In questa intervista mi ha colpito il volto triste e taciturno di Rulfo, era in evidente difficoltà alle domande dell’intervistatore e in pochi minuti fuma due sigarette. Alla fatidica domanda sulla sua prossima opera, Rulfo è evasivo e risponde con poca convinzione “voy medio trabajando en ella” , una espressione che si potrebbe tradurre con “ci sto lavorando”.

La risposta di Rulfo è una menzogna. Dopo Pedro Paramo non uscirà più nulla, sterilità creativa, o forse paura di non eguagliare le sue prime opere o forse problemi dovuti alla depressione e all’alcol, nessuno sa bene quale sia la verità. Juan Rulfo per anni ha nascosto i motivi del suo silenzio creativo, coprendoli spesso con qualche menzogna, la stessa menzogna necessaria alla sua scrittura ed alla letteratura:

“Una menzogna. La letteratura è una menzogna che dice la verità. Si deve essere menzogneri per fare letteratura, questa è sempre stata la mia teoria. Comunque c’è una importante differenza tra menzogna e falsità. Quando si falsificano i fatti si nota subito la situazione artificiosa. Ma quando si sta ricreando una realtà con la menzogna, quando si reinventa un villaggio, è molto differente.”

Juan Rulfo è morto in Messico il 7 gennaio 1986. Fino alla fine dei suoi giorni ha mantenuto un tenace silenzio su se stesso, rotto solo da poche e rare le interviste. Silenzio anche sui motivi che lo hanno portato a non scrivere più nulla in tanti anni e ad essere uno “scrittore del No” proprio come lo scrivano Bartleby di Melville che si chiude in un silenzio ostinato e misterioso ripetendo sempre il suo “preferisco di no”.

“Nella mia vita – ha scritto Rulfo –  ci sono molti silenzi. Così come nella mia scrittura. Per questo motivo lasciai molte pagine in bianco, perché fosse il lettore a riempirle. Queste pagine sono rimaste vuote. Oggi potrei riempirle, però non desidero farlo.”

 ———————————————————————

La sfortuna di Rulfo in Italia

Juan Rulfo è ancora oggi quasi sconosciuto in Italia. La sfortuna delle opere di Rulfo nel nostro Paese ha diverse cause: cattive traduzioni, tradizionale scarsa attenzione alle letterature considerate marginali, limitati strumenti critici disponibili in italiano, pregiudizi sulla cultura letteraria messicana. Nonostante il boom degli scrittori latinoamericani degli anni ’70 e ’80, cha ha preso avvio dal successo di Cent’anni di solitudine, occorre comunque rilevare che la scarsa attenzione all’opera di Rulfo perdura. Se si effettua una ricerca su Rulfo negli archivi storici di quotidiani come Repubblica, Corriere, Stampa e Sole 24 ore, si troverà ben poco: qualche notizia su sporadiche esposizioni delle sue foto e alcuni brevi articoli apparsi nel 2004 in occasione dell’uscita della nuova traduzione Einaudi di Pedro Paramo. Sulla sfortuna in Italia di Juan Rulfo un interessante saggio di una studiosa dell’Università di Torino apparso nel 2002 >> prelevabile qui

(I testi citati dai libri di Rulfo e dai saggi e interviste sono una mia traduzione dallo spagnolo, mi scuso per le imperfezioni sicuramente riscontrabili)

* Su Juan Rulfo numerose risorse, articoli, saggi critici, testimonianze e le bellissime foto scattate negli anni ’40 e ’50 (in spagnolo) >> qui  ed anche   >> qui