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Lamiere. La letteratura tra fabbrica e città, a cura di Gianmarco Pisa


“Quando leggi un bel libro non fuggi dalla vita, ma ti ci immergi più in profondità”. Questa affermazione dello scrittore Julian Barnes è specialmente valida se leggiamo un romanzo appartenente al sottogenere della letteratura industriale, una narrativa costituita da testi che nel corso del Novecento si sono confrontati direttamente con la pervasiva affermazione dell’industria e dell’industrializzazione nella società.

Leggendo i diversi saggi del volume collettivo Lamiere. La letteratura tra fabbrica e città, a cura di Gianmarco Pisa (editoriale Ad est dell’equatore) si intraprende un itinerario ricco di spunti di riflessione e di suggerimenti di letture sul romanzo industriale tra autori quali Ottiero Ottieri, Paolo Volponi, Luciano Bianciardi e Primo Levi che con le loro opere ci immergono a forza nella vita, raccontandoci l’irrealtà e l’alienazione del lavoro operaio e della fabbrica industriale negli anni del boom economico, della ricostruzione postbellica e dell’industrializzazione.

Notevoli, tra i diversi contributi, i due saggi del curatore del volume, Gianmarco Pisa. Nel primo Pisa proprone una accurata ed approfondita analisi diretta a delimitare e definire gli ambiti propri della letteratura industriale, marcatamente segnati dalla critica sociale e dall’antagonismo di classe (con interessanti riferimenti alla letteratura americana ed europea).

Il secondo saggio è dedicato ad  una panoramica degli approcci critici sul tema e propone una originale e suggestiva conclusione dove il romanzo industriale viene definito come “dispositivo” ricorrendo alla categoria foucaltiana delle istituzioni totali tra le quali rientra la fabbrica.

A questa interpretazione fortemente ideologizzata secondo categorie funzionali di tipo marxiano proposta da Gianmarco Pisa, si contrappone in qualche modo la prospettiva di lettura del romanzo industriale fatta da Silvio Perrella.

Nel suo saggio conclusivo Perrella precisa che “non esiste uno scrittore che sia specializzato in specializzato in letteratura industriale, dunque probabilmente la letteratura industriale in quanto tale non esiste” proponendo una acuta riflessione sul “tasso di irrealtà” che si annida nei romanzi industriali e all’interno delle strutture sociali nelle quali si riflette l’ordine della cultura indutriale e proponendo, infine, di ricondurre i romanzi industriali in una “costellazione” di opere letterarie, piuttosto che in genere ben delimitato, che insieme siano strumento di conoscenza storica e letteraria.

I meriti del contributo di Vincenzo Esposito al volume sono quattro: aver ricondotto  l’attenzione del lettore alle caratteristiche dell’industrializzazione italiana; soffermarsi sui contenuti peculiari del progetto industriale, culturale, sociale ma anche politico di Adriano Olivetti che, seppur incompiuto, ha fortemente influenzato la letteratura industriale in Italia; aver inserito giustamente e di diritto il fumetto Gasparazzo nella letteratura industriale (grazie!) e, infine, quello di aver saputo definire la conclusione della parabola della letteratura industriale così come l’abbiamo conosciuta e di segnalare l’urgenza di riprendere la riflessione, letteraria o meno che sia, sull’attuale dimensione del lavoro industriale.


Il brevissimo saggio di Giuseppe Zollo (che più ha richiesto alla mia matita di sottolineare!) è essenziale e necessario al volume perchè propone una riflessione appropriata sul senso e sul valore del lavoro nella società industrializzata, sullo scontro che la letteratura industriale registra tra il disegno assolutista della grande fabbrica e l’irriducibile complessità della natura umana.

Scrive Zollo:

“Produrrà anche la felicità? Produrrà anche la ricchezza spirituale? Darà la serenità? Costruirà la comunità? Insomma, darà un senso alla vita nella sua interezza? Oppure lascia un residuo, un territorio interstiziale più aggrovigliato e più disordinato di prima? Sono queste le domande che la letteratura del Novecento si pone allorchè cerca di capire chi è l’uomo inserito nella realtà della fabbrica”.

A queste domande aggiungo gli interrogativi che formulava già nel 1937  Lanza del Vasto (1901-1971), filosofo, poeta, pacifista, fondatore della Comunità dell’Arca:

“Se è vero che le macchine servono a risparmiare fatica, come spiegare che quando più imperano le macchine tanto più la gente accorre affaccendata, aggiogata a lavori ingrati, frammentari, incalzata dal ritmo stesso delle macchine, sottoposta a fatiche che logorano l’uomo, lo soffocano, l’annoiano, lo sgomentano?

Se è vero che le macchine favoriscono il benessere, come mai là dove esse imperano cresce a misura la più sordida e sconsolante miseria? Come mai se producono abbondanza, non riescono a dare soddisfazione?”

(da Pellegrinaggio alle sorgenti, pag. 91)

  • Vedi anche il mio post su La vita agra di Luciano Bianciardi >> qui
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L’arte di andare a passeggio di Franz Hessel

Secondo un prezioso aforisma dello scrittore colombiano Nicolás Gómez Dávila “la cultura dell’individuo è la somma degli oggetti intellettuali o artistici che gli procurano piacere”, un piacere, io aggiungerei, tanto più elevato se assolutamente gratuito e privo di scopo.

La flânerie (*), l’arte di andare a passeggio, che con il mio grand ami Paolo pratichiamo insieme da trent’anni nella nostra “città paranoica” (come l’ha definita Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo), è un oggetto intellettuale, una pratica incantevole, indefinita e senza meta, priva di una ragione precisa, un passatempo che costituisce un vero piacere gratuito e senza scopo.

Devo proprio a Paolo, che me lo ha segnalato, la scoperta del sorprendente libro L’arte di andare a passeggio (Elliot editore), dove sono raccolti una serie di straordinariamente leggeri e piacevolissimi racconti di Franz Hessel (1880 – 1941), due dei quali, bellissimi, Diario parigino e l’altro che dà il titolo al volume, dedicati proprio alla rappresentazione, descrizione, codificazione e canonizzazione dell’arte e della cultura della flânerie.

Franz Hessel

Franz Hessel, che è stato un giornalista, un instancabile flâneur berlinese, oltre che un grande amante della letteratura francese e, ovviamente, della città di Parigi, luogo dove, come sappiamo, la flânerie si pratica nelle sue forme più elevate, è il padre del più universalmente conosciuto Stéphan Hessel, l’autore del fortunatissimo panphlet Indignatevi!

“In ciascuno di noi vive segretamente un fannullone che vuole di tanto in tanto dimenticare i noiosi obiettivi per cui si muove, e vuole invece muoversi senza una ragione precisa.” scrive tra l’altro Franz Hessel nel brevissimo saggio intitolato proprio L’arte di andare a passeggio, pagine che contengono sicuramente la più esatta e completa descrizione che mi sia capitato di leggere e, forse, la migliore mai apparsa, sul significato, il valore e l’essenza della flânerie, pagine che, sia io che Paolo, sentiamo di condividere in toto e nelle quali ci siamo riconosciuti con entusiasmo.

Lo scrittore colombiano Nicolás Gómez Dávila

Flânerie che Eva Banchelli, nell’utile e meritoria introduzione al volume, definisce ed interpreta giustamente, nelle sue radici filosofiche e nella sua pratica politica, quale “una risposta della forma al dilagare irresistibile della civiltà di massa, un tentativo in extremis di riappropriazione estetica della vita moderna”.

Gómez Dávila, grandissimo biblioflâneur dalle sconfinate letture e autore di un’unica opera, ha affermato che “il lettore intelligente è quello che cerca nella lettura il suo piacere e solo il suo piacere”.

E’ in nome della ricerca del piacere del testo che, desiderando onorare l’intelligenza di chi mi legge,  devo necessariamente proporre di affiancare il libro di Franz Hessel ad un piccolo capolavoro, che è pura celebrazione letteraria dell’idea alta e nobile del passeggiare: il racconto poetico La passeggiata, dello scrittore svizzero di lingua tedesca Robert Walser.

Per Robert Walser “ogni passeggiata è piena di incontri, di cose che meritano d’esser viste, sentite. Di figure, di poesie viventi, di oggetti attraenti, di bellezze naturali brulica letteralmente, per solito, ogni piacevole passeggiata, sia pur breve.”

Non mi soffermo oltre su questo breve libro, se non per dichiarare che La passeggiata è un testo letterario essenziale, de cabecera, che è dovere del flâneur possedere e leggere.

Concludo ricordando la figura di uno dei più grandi flâneur e viaggiatori della prima metà del secolo scorso, lo scrittore, bibliofilo e collezionista di autografi Stefan Zweig, alle cui opere da mesi mi dedico con passione.

A Parigi, città che ha frequentato per lunghi periodi durante tutta la sua vita, Zweig amava trascorrere le sue tranquille giornate passeggiando spesso da solo per le strade senza meta e girando per librerie di libri nuovi e antichi, sfuggendo così volentieri ai suoi numerosi impegni (Zweig era uno scrittore famosissimo e tra i più letti): “Quello che più mi piace qui è flâner dans les rues, bouquiner” scriveva nel 1924 alla moglie Friederike.

Flâner, bouquiner, quale binomio indissolubile!

L’arte della flânerie giunge al suo più alto compimento se esercitata nell’occasionale visita a librerie e bancarelle de bouquin, dove il flâneur, scorrendo con sguardo esperto le schiere di libri, non cerca nulla ma si abbandona alla gioia della sorpresa e dell’inaspettato emergere di un volume lungamente desiderato o semplicemente curioso, mentre, tutt’intorno a lui, il tempo per incanto si dilata fino a sospendersi.

Stefan Zweig a New York nel maggio 1941

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(*) Nota. Secondo il Micro Robert, Dictionnaire du français primordiale, il verbo flâner (dal quale derivano flâneur e quindi flânerie, parola in uso dal XIX secolo) indica: se promener sans hâte, en s’abandonnant à l’impressiòn  et au spectacle du moment. Il Dictionnaire étymologique et historique de la langue français (Baumgartner – Ménard) riporta che l’origine della parola flâner è normanna e risale al sec. XVII dal termine scandinavo flana, che significa “aller çà e là”.

  • Propongo la lettura di un recente ed interessate articolo di Evgeny Morozov, uscito sulla rivista Internazionale (n.936 del febbraio 2012) dal titolo La fine del ciberflâneur. Si tratta di una serie di acute osservazioni sulla sempre più difficile pratica della flânerie nel web, che riprendono proficuamente anche la visione della pratica dell’arte di andare a passeggio secondo Franz Hessel  >> qui

Libri in attesa di traduzione (urgente)


Qualche mese fa mi è capitato di leggere una intervista ad un celebre scrittore tedesco che dichiarava di ritenersi fortunato di conoscere lo spagnolo perché così poteva leggere libri che difficilmente venivano tradotti nella propria lingua.

Conoscere e frequentare almeno un paio di lingue, oltre la propria, è ovviamente di grande vantaggio per chi ama i libri: amplia e moltiplica le occasioni di lettura con conseguente allargamento (non automatico) degli orizzonti culturali. Lo spagnolo poi, a differenza di lingue come italiano e tedesco, indubbiamente limitate nella diffusione, conta su un bacino d’utenza davvero enorme, su una discreta vivacità culturale e su un certo orgoglio di appartenenza che, comunque, serve e produce i suoi effetti.

Così è normale che in lingua spagnola siano tempestivamente disponibili novità letterarie o saggi da poco usciti in altre lingue (non solo in inglese ma anche giapponese, cinese, francese ecc.). Mi capita spesso di acquistare traduzioni in lingua spagnola mai apparse in italiano, ovvero apparse poi a distanza di molti anni (tre esempi: Vasili Grossman, Pierre Michon, Stefan Zweig).

Presento qui di seguito una mia personale selezione di libri (prevalentemente già apparsi in spagnolo, ma anche in francese e inglese) che hanno urgente bisogno di un editore e di una buona traduzione per il lettore italiano.

Nell’anno delle celebrazioni manca in italiano il ponderoso volume che Peter Ackroyd ha dedicato a Charles Dickens, già da un paio di mesi disponibile nelle librerie spagnole. Grazie all’editore Neri Pozza, di Peter Ackroyd è già stata pubblicata, per fortuna, la grandiosa ed imperdibile biografia di Shakespeare, volume di godibilissima lettura che testimonia la maestria di Peter Ackroyd nel raccontare i grandi scrittori e la società del loro tempo.

David Gilmour, lo scrittore inglese da noi conosciuto come biografo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (da non confondere con l’omonimo chitarrista dei Pink Floyd!), è autore di un interessantissimo articolo, pubblicato sul numero 929 della rivista Internazionale, dedicato alla fragilità della nostra identità nazionale e intitolato “La crisi è cominciata il 17 marzo1861”.

Dopo la retorica e l’ubriacatura insopportabile delle celebrazioni dei 150 anni dall’unificazione, è proprio utile leggere l’articolo di David Gilmour, uno sguardo di grande acutezza, diverso e più realistico sulla nostra storia patria.

Le tesi contenute nell’articolo, sono in realtà una sintesi di un libro che David Gilmour ha dedicato all’Italia, pubblicato in Gran Bretagna lo scorso anno, ed intitolato The porsuit of Italy  (cioè, alla ricerca dell’Italia), un volume che, come riportato in una intervista del Fatto a Gilmour,  i giornali di Londra segnalano come uno dei migliori dell’anno (affidabile e aggiornato, secondo il “Financial Times”), ma che nessun editore italiano, stranamente, trova degno d’interesse.

I fortunati lettori spagnoli possono già da mesi leggere l’ultimo libro del fisico teorico Brian Greene,  La realidad oculta, dedicato agli universi paralleli e le leggi profonde del cosmo, uscito nel gennaio 2011 in lingua inglese.  Brian Greene è l’autore del famoso bestseller L’universo elegante, un libro di alta divulgazione scientifica al quale ho già dedicato una mia entusiasta recensione.

Lo scrittore francese Pierre Michon continua ad essere uno sconosciuto in Italia, come ho già segnalato in passato, poco è stato tradotto in italiano di questo autore famoso ed apprezzato in Francia ed anche in Spagna, dove sono uscite tutte le sue opere più importanti, prima tra tutte, il capolavoro Vidas minusculas e per ultimo, proprio la scorsa settimana, il racconto El origen del mundo.

Di Michon supplico la traduzione  di un prezioso testo dedicato alla letteratura ed intitolato Le roi vient quand il veut, un libro sul quale lo scrittore Pierre Assouline nel suo blog ha scritto: “Si vous aimez la littérature, lâchez tout et précipitez-vous sur Le Roi vient quand il veut”.

Diverso è il caso del libro del grande economista Robert Skidelsky già uscito da oltre un anno in Spagna con il titolo El regreso di Keynes (Il ritorno di Keynes): l’anno scorso l’editore Boringhieri annunciava che l’opera era in traduzione e che se ne prevedeva la pubblicazione per il settembre 2011.

Nelle librerie nostrane di Skidelsky si trovano le due biografie di Keynes (quella estesa e quella sintetica pubblicata da Il Mulino) ma non ancora questo testo fondamentale che segna la giusta ripresa del pensiero economico keynesiano dopo la miserabile sconfitta della economia neoliberista, ispiratrice e coautrice della grande crisi finanziaria che stiamo vivendo; crisi dalla quale difficilmente ne usciremo senza una appropriata adozione di idee e di politiche economiche keynesiane.

Per ultimo segnalo il bellissimo libro che lo storico inglese Antony Beevor, autore di numerosi bestseller, ha dedicato ai quaderni di Vasili Grossman. Il libro, pubblicato nel 2006 in spagnolo con il titolo Un escritor en guerra. Vasili Grossman en el Ejército Rojo 1941 – 1945 (editorial Critica), è una edizione dei quaderni di guerra di Grossman ampiamente, autorevolmente commentati e documentati da Antony Beevor, che racconta di aver scoperto Grossman preparando il suo famoso libro sulla battaglia di Stalingrado. Questa di Beevor è un’opera veramente imperdibile, o meglio, obbligatoria per chi ama l’autore di Vita e destino, il romanzo-cattedrale del XX secolo.

Vorrei, infine, approfittare della tua pazienza, caro lettore, per intrattenerti sullo strano caso delle opere del grande Stefan Zweig, esaurite o in uscita col contagocce in italiano, e che sono costretto a leggere in spagnolo, in particolare le straordinarie ed attualissime biografie, prima tra tutte quella dedicata a Erasmo da Rotterdam. In Spagna un paio di case editrici fanno a gara nel pubblicare (rapidamente) Zweig, con entusiasmo della critica ed ottimo esito di vendite a quanto mi risulta. Ma su Zweig, che merita molto più spazio ed attenzione, tornerò prossimamente.

 Approfondimenti

  • Leggi l’articolo di David Gilmour La crisi è cominciata il 17 marzo 1861 >> qui
  • L’intervista del Fatto a Gilmour >> qui
  • L’articolo dal blog di Assouline su Pierre Michon >> qui  (in francese)
  • I miei post su Pierre Michon >> qui
  •  Brian Greene – L’universo elegante >> qui
  • Articoli di Robert Skidelsky sull’attualità economica >> qui  (ma non in italiano)

Breviario proustiano a cura di Patrizia Valduga


Quale soddisfazione sfogliare questo Breviario proustiano, curato da Patrizia Velduga, ispirato da una idea di Giovanni Raboni, poeta e traduttore della Recherche scomparso nel 2004, e fresco di stampa per Einaudi.
 
Il volume realizza il desiderio di buona parte dei lettori di Proust: poter disporre di una organizzata, completa ed esauriente selezione di aforismi, massime e sentenze tratte dal testo della Recherche da poter rileggere per poter ritrovare il senso di questa grandiosa creazione letteraria.
 
Nella nota al libro la curatrice spiega di aver voluto estrarre quanto più pensiero possibile dal capolavoro proustiano, anche intervenendo sul testo con qualche necessaria ricomposizione, e il risultato è senza alcun dubbio encomiabile e superbo.
 
Il Breviario raccoglie 1500 pensieri ripartiti in 254 voci che vanno da Abitudine a Volontà, includendo citazioni che attraversano tematiche essenziali del vocabolario della creazione proustiana quali Amore, Gelosia e Tempo, l’ultimo termine dell’ultima pagina della Recherche.
 
Il libro è quindi un caleidoscopico circuito estetico tra le pagine della Recherche, un trionfo di metafore, analogie, metamorfosi, allegorie e trasposizioni che sarà certamente prezioso per il lettore di Proust ma che non potrà mai sostituire del tutto le tracce, i segni, le notazioni personali lasciate dalla matita lungo le pagine dei quattro densi volumi dei Meridiani.
 
Secondo una nota definizione di Harold Bloom, la Recherche  “è un’opera di tale profondità, da trascendere i canoni occidentali di giudizio”, mentre per Giovanni Raboni questo capolavoro della letteratura universale “è la stratificazione di molti libri, se non addirittura di tutti i libri possibili”.
 
Jean-Yves Tadié, biografo e studioso di Proust, completa l’osservazione di Raboni ed aggiunge che la Recherche pur essendo un romanzo dove “non succede nulla” è insieme un romanzo storico, un romanzo psicologico e un romanzo d’avventure che è contemporaneamente romanzesco e metafisico.
 
E’ proprio difficile penetrare la profondità, la complessità, la leggerezza, di questo libro plurale e plurimo. Posso affermare, comunque, per personale esperienza, che la lettura della Recherche segna un prima e un dopo nella vita del lettore, provocando una complessa reazione capace di mutare per sempre lo sguardo sulla letteratura. Dopo la Ricerca del tempo perduto il lettore è un lettore diverso.