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Varlam Tichonovič Šalamov

E’ veramente difficile commentare una lettura come I racconti di Kolyma. Ho quindi selezionato alcuni brani, principalmente di Pietro Citati e di Roberto Saviano, che mi sono sembrati pienamente capaci di esprimere lo straordinario valore letterario ed umano dell’opera di Varlam Šalamov.

Qualcosa di oscuro

 
Come Šalamov, abbiamo l’impressione che l’uomo, nella sua storia, non sia mai stato malvagio come nella Kolyma. L’uomo porta nell’anima un “male originale”: non il peccato biblico, ma qualcosa di molto più tremendo e oscuro, che nessun termine teologico, nessuna immagine, nessuna parola dei nostri linguaggi può definire. (da La malattia dell’infinito di Pietro Citati, pag. 352)
 
Essenza umana
 
Le storie di Šalamov smettono di essere gulag, Siberia, totalitarismo, automutilazione, morte. Divengono, come solo la letteratura può divenire, spazi e azioni che mettono alla prova l’essere umano e ne tracciano l’essenza. (dalla prefazione di Roberto Saviano a Višera di Šalamov)
 
Tutti i limiti sono varcati
 
Alla Kolyma, si va oltre qualsiasi condizione umana e animale: non c’è più né bene né male, e nessuna delle determinazioni con cui siamo abituati a definire un organismo vivente. Tutti i limiti sono varcati: i confini superati; conosciamo per la prima volta un territorio che non abbiamo mai esplorato, e per il quale non abbiamo nomi. (da La malattia dell’infinito di Pietro Citati, pag. 354)
 
Io credo nella bontà
 
Šalamov riesce a dimostrare la bontà del singolo gesto nell’inferno quotidiano del gulag. Come nella frase di un personaggio di Vasilij Grossman: “Non ci credo, io, nel bene. Io credo nella bontà”. Il bene è una considerazione metafisica, lontana, generale, postuma. La bontà è lo spazio del presente. Del guardarsi negli occhi. Di un momento. La bontà è umana, il bene è storico. E quando si parla di progetto storico, di giustizia, di felicità come di qualcosa che trascende l’umano Šalamov ha un brivido di paura. (dalla prefazione di Roberto Saviano a Višera di Šalamov)
 
Un ramo di larice artico
 
Nell’anniversario della morte di Mandel’štam nella Kolyma, Šalamov manda alla vedova, che abita a Mosca, un ramo di larice artico. Il ramo viene immerso nell’acqua. Dopo tre giorni e tre notti, “la padrona di casa viene svegliata da uno strano, vago odore di resina, debole, sottile, nuovo. Nella ruvida pelle legnosa si sono aperti e sono apparsi distintamente gli aghi – freschi, giovani e vitali, dal colore verde e brillanti – i nuovi germogli”. Il larice ha trecento anni e ha visto le vittime dello zar e i milioni di cadaveri della Rivoluzione (…) L’episodio diventa il simbolo della nuova esistenza di Šalamov: la morte non è più definitiva, la dimenticanza viene cancellata, il ricordo ritorna come il profumo del larice, e con il ricordo la sua vita, quella di tutti gli esseri umani, e i libri che dovranno raccontare i morti, le fatiche, le persecuzioni e i dolori. Non tutto è stato vano: il male può essere, almeno nei libri, sconfitto. (da La malattia dell’infinito di Pietro Citati, pag. 357)
 
Vivere per scrivere
 
Scrivere è resistere. Non serve altro a Šalamov. Non serve altro ancora a molti altri per continuare a raccontare la propria verità. Scrivere diviene forse una ricompensa a sopportare tutto, una necessità per darsi forza e continuare a vivere. Vivere per scrivere, perché se non lo racconti, non succede. E se non lo fai, nessuno saprà mai che è successo. (dalla prefazione di Roberto Saviano a Višera di Šalamov)

Una biblioteca tutta mia
 
All’inizio del suo I libri della mia vita, racconta: “A tre anni, età alla quale risalgono i miei primi ricordi, possedevo la prima biblioteca che abbia mai avuto, e anche l’ultima: Aie, dou, dou! e L’Alphabet di Tolstoj”. Il libro di Šalamov, che in realtà è il resoconto delle rare e preziose occasioni di lettura capitategli in quasi vent’anni di gulag, si conclude con una frase tanto semplice quanto dolorosa: “Ho il rimpianto di non aver mai avuto una biblioteca tutta mia”. (da I fantasmi della biblioteche di Jacques Bonnet, pag.135)
 
Tenere qualche libro tra le mani
 
No, prima di arrivare a Mosca non avrei comperato libri. Ma tenere qualche libro tra le mani, sostare accanto al banco di una libreria – era come un buon boršc di carne… Come un bicchiere di acqua sorgiva. (da I racconti di Kolyma di Varlam Šalamov, pag. 732)

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Excerpta dai racconti di Kolyma di Varlam Šalamov

alamov KolymaCome vivere

Una volta chiesi a Varlam Tichonovič: “Come vivere?” Egli rispose: “Con i dieci comandamenti. Lì è detto tutto”.

[Dalla prefazione di Irina P. Sirotinskaja a I racconti di Kolyma di Varlam Šalamov, ed. Einaudi]

Lettere

Eccoti le tue lettere, canaglia d’un fascista! – e lacerò in mille pezzi gettandole nel fuoco della stufa le lettere di mia moglie, quelle lettere che aspettavo da più di due anni, che aspettavo nel sangue, nelle esecuzioni, nei pestaggi dei giacimenti auriferi kolymiani.
Mi voltai e uscii senza chiedere permesso, e ancora adesso, dopo tanti anni, mi risuona nelle orecchie la risata ubriaca di Bogadov. (da I racconti di Kolyma di Varlam Šalamov, pag. 514)
 
Memoria
 
Innanzitutto: l’uomo non ama ricordare le cose cattive. Questo tratto della natura umana rende più sopportabile la vita. Verificatelo voi stessi. La vostra memoria cerca di trattenere solo quanto vi è di buono, di luminoso e di dimenticare i momenti difficili e bui. (pag. 555)
 
L’uomo è felice se è capace di dimenticare. La memoria è sempre pronta a dimenticare il male per ricordare unicamente il bene. (pag. 53)
 
Fame nera
 
Kundus, quando già lavorava in neurologia, fece cuocere in uno sterilizzatore un gatto e se lo mangiò. La cosa fece sensazione e si stentò a mettere a tacere. Kundus aveva incontrato la signora Fame nera al giacimento e non aveva mai più dimenticato la sua faccia. (pag. 557)
  
Fermezza spirituale 1
 
Io, con la mia esperienza dei lager, a quei tempi modesta, mi ero fatto un’idea diversa del comportamento dell’intelligencija in tempi difficili. Gli uomini religiosi, i settari,: ecco chi, secondo quanto avevo potuto osservare, custodiva il fuoco della fermezza spirituale. (pag. 307)
 
Fermezza spirituale 2
 
Olga Stepanova aprì il cassetto della scrivania e ne trasse un piccolo libro simile a quello di Blok. Era il Vangelo.
– Legga, legga. Specialmente La lettera ai Corinzi dell’apostolo Paolo.
Dopo  qualche giorno le resi il libro. L’irreligiosità nella quale avevo trascorso tutta la mia vita cosciente non aveva fatto di me un cristiano. Ma in lager non ho mai incontrato persone più degne dei credenti. Alla corruzione che si impossessava di ogni anima resistevano solo loro. Così era sempre stato, quindici anni prima, come cinque anni prima. (pag. 569)
 
 
Varlam Tichonovič Šalamov foto fascicolo polizia 1929 Abitudine
 
Sì, la vita di un detenuto non è altro che una lunga serie di umiliazioni, dal momento in cui si aprono gli occhi e le orecchie fino al sonno misericordioso. Sì, è tutto vero, ma è anche vero che a tutto si fa l’abitudine. (pag. 141)
 
Parole
 
La mia lingua, la rozza lingua dei giacimenti, era povera, povera quanto i sentimenti che continuavano a vivere vicino alle ossa. Alzata, adunata, appello, smistamento ai posti di lavoro, pranzo, fine lavoro, ritirata, cittadino capo, mi permetta di rivolgerle la parola, badile, trivella, piccone, fuori fa freddo, pioggia, minestra fredda, minestra calda, pane, razione, lasciamene un tiro: da anni me la cavavo con una ventina di parole. E per metà erano imprecazioni.
 
Meno cinquanta
 
Quella mattina la temperatura dell’aria era scesa sotto i meno cinquanta. Siamo sprovvisti di termometro, rotto dal sorvegliante di turno, come ho avuto modo di riferirLe a suo tempo. Tuttavia, ci è stato possibile stabilire la temperatura in quanto lo sputo gelava prima di toccare terra. (pag. 57)
 
Cucchiai
 
All’ospedale, come nel lager, non davano mai i cucchiai. Avevamo imparato a fare a meno di forchette e coltelli già ai tempi della detenzione preventiva. Ed eravamo abituati da molto tempo ad assumere il cibo dal bordo”, senza cucchiaio: né la minestra né la Kašaerano mai così dense da richiedere l’uso del cucchiaio. Il dito, una crosta di pane o la lingua arrivavano a ripulire qualsiasi gavetta o scodella, per quanto fonda. (pag. 150)

Su un fianco
 
La grande maggioranza era distesa sul dorso o sul ventre –  nessuno sa spiegare come mai i detenuti non dormano quasi mai su un fianco – e i loro corpi sui castelli di legno massiccio sembravano escrescenze, nodi di un albero o di una tavola incurvata. (pag. 204)
 
Riabbottonarsi
 
Avevamo imparato la rassegnazione, avevamo disimparato a stupirci. Non c’erano rimasti né orgoglio, né egoismo, né amor proprio; e gelosia e passione ci sembravano concetti marziani, futili per giunta. Era molto più importante imparare a riabbottonarsi i pantaloni in inverno con il gelo: cosa tutt’altro che facile, ho visto uomini adulti piangere per questo. (pag. 43)
 
Logica
 
Nelle sue decisioni, l’uomo deve seguire piuttosto ciò che sente e non credere troppo al raziocinio.
Per le decisioni la logica non serve. La logica è per il poi: per spiegare, giustificare, dare forma… (pag. 309)
 
Tronco
 
Io invece – e la sua voce era calma e tranquilla, – vorrei essere un tronco. Un tronco umano, capite, senza braccia né gambe. Allora troverei la forza di sputargli sul muso per tutto quello che ci stanno facendo… (pag. 464)

Tutti fucilati

Eduard Berzin – direttore del Dal’stroj, nonché scopritore e inventore della Kolyma dei lager – venne fucilato come spia giapponese nell’inverno del ’37-38. Fu convocato a Mosca e fucilato. Tutti i suoi più stretti collaboratori perirono insieme a lui: Filippov, Majusuradze, Egorov, Vaskov, Cvirko, l’intera “guardia” dei fedelissimi, “quelli della Visera” che nel 1932 erano venuti a colonizzare la regione della Kolyma. (p.469)

 Spiritualità

Fu allora che compresi la cosa più importante, e cioè che l’uomo non è diventato uomo perché creatura di Dio, e neanche perché aveva in ognuna delle due mani quel dito straordinario che è il pollice. Ma anzitutto perché era fisicamente il più forte e resistente di tutti gli animali, e in secondo luogo perché era riuscito a mettere felicemente al servizio del principio fisico il proprio principio spirituale.(p.32)

Pus

Le dita congelate delle mani e dei piedi dolevano per il dolore lancinante. La pelle rosa vivo delle dita restava tale e si ulcerava facilmente. Tenevo le dita sempre bendate con certi stracci sporchi, per preservarle se non dall’infezione almeno da nuove lesioni, e alleviarne il dolore. Non c’era invece rimedio efficace al pus che stillava da entrambi gli alluci, e al pus non c’era fine. (p.440)

Parole indimenticabili

 Nel lager alloggiavano nella zona recintata, il cui portone – come tutte le zone di tutti i lager dell’Unione Sovietica – è sovrastato dalle indimenticabili parole:  “Il lavoro è una questione d’onore, una questione di gloria, una questione di valore e di eroismo”. Seguiva il nome dell’autore della citazione… (p.123)

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