Lolita di Vladimir Nabokov


Non è semplice scrivere di Lolita di Vladimir Nabokov, quindi rinvio alla ottima e intelligente recensione dal blog nonsoloproust. Mi limito ad alcune osservazioni ed inevitabili domande per potermi districare nella complessità della lettura di questo grande romanzo.

 Humbert e il suo doppio

Humbert Humbert, il protagonista, ha un cognome uguale al nome e convive con un suo doppio misterioso. Una doppia personalità certamente. Comunque Nabokov non chiarisce mai i motivi dei diversi soggiorni di Humbert negli ospedali psichiatrici; forse cerca di guarire dalla sua pedofilia? Si sofferma, piuttosto, sull’ironia del personaggio ospedalizzato che simula sogni e patologie ad uso e consumo dei suoi prevedibili psichiatri.

 L’enigmista

Nabokov è stato appassionato di enigmistica e di giochi parole, tra i primi autori di parole crociate in russo. Nel romanzo ho notato spesso il segno di questa passione in particolare in quella parte del libro in cui Humbert insegue Lolita e il suo amante: i nomi lasciati dai fuggiaschi nei diversi motel sono palesemente falsi, oppure anagrammi o allusioni.

L’entomologo

“Amo la scrittura e la caccia alle farfalle, i piaceri più intensi che un uomo possa conoscere” così Nabokov ci parla della sua passione per l’entomologia, una passione che richiede grandi doti di osservazione. In Lolita c’è un preciso riferimento a “qualche sgargiante falena o farfalla, ancora viva, saldamente infilzata al muro”, in buona parte del libro Humbert descrive minuziosamente come caccia, cattura e trattiene saldamente la crisalide e “ninfetta” Lolita. Lolita è tenuta come infilzata con uno spillo, prigioniera dell’ossessione d’amore di Humbert. 

 Ossessione o delirio?

O forse sarebbe meglio: ossessione, delirio o amore? “Non penso di poter andare avanti. Il cuore, la testa … tutto, Lolita, Lolita, Lolita, Lolita, Lolita, Lolita, Lolita, Lolita, Lolita. Ripeti finchè la pagina è piena, tipografo” (p.140). Humbert passa dalla propria ossessione pedofila ad un delirio febbrile alimentato dal possesso (e dalla perdita) della sua preda. Ma ritrovata Lolita, sposata e incinta, scopre di amarla?

Il viaggio senza meta

La dimensione del viaggio è l’unica dimensione possibile nella quale Humbert può riuscire a possedere Lolita: “… il nostro viaggio, lungi dall’essere un’indolente partie de plaisir, era un’escrescenza dura, contorta, teleologica, la cui unica raison d’être (sintomatici questi clichè francesi) era tenere la mia compagna di un umore passabile tra un bacio e l’altro” (p.195). “Eravamo stati dappertutto e non avevamo visto nulla … retrospettivamente, era solo un insieme di cartine con le orecchie, guide squinternate, pneumatici consunti e i suoi singhiozzi nella notte – ogni notte, ogni notte – non appena io fingevo il sonno” (p.221).

Bellissime le pagine colme di ironia in cui Humbert descrive la vorticosa varietà e l’assurdità dei luoghi attraversati errando senza meta lungo tutti gli Stati Uniti: le città, i ristoranti, i motel, i parchi nazionali, le riserve indiane oltre che rodei, feste, folklore, foreste e montagne.

Proust, altro martire della combustione interna

Quanto Proust c’è in Nabokov autore di Lolita? Annabel come Gilberte? Lolita come Albertine? Man mano che proseguivo nella lettura del romanzo, tutto mi ha riportato alla Ricerca di Proust, a La prigioniera ed a Albertine scomparsa. Potenti i richiami anche al tormento di Swann e alla sfuggente Odette. Il riferimento a Proust che Nabokov inserisce a p.317 è esplicito: “Questo libro parla di Lolita; e adesso, raggiunta la parte che (se non fossi stato preceduto da un altro martire della combustione interna) potrebbe intitolarsi Dolores disparue, avrebbe poco senso analizzare i tre anni vuoti che seguirono”. Altrettanto esplicito il riferimento all’improbabile saggio che Humbert, professore di francese, afferma di aver scritto su Il tema proustiano in una lettera di Keats a Benjamin Bailey. Mi chiedo se ci sia ironia nei continui riferimenti a Proust.

Un cronista molto coscienzioso

Lolita è una cronaca lucida e dettagliata di un assassino che racconta i fatti di cui è stato protagonista alla giuria che dovrà condannarlo. Nulla di più. Humbert sente il bisogno di chiarirlo: “Ma io non sono un poeta; sono soltanto un cronista molto coscienzioso” (p.95).